Trilogia della bocciatura. Laura o della fine della scuola

Cinque mesi fa Laura teneva gli occhi bassi e le spalle curve.

Aveva cominciato a frequentare lo sportello di consultazione psicologica della scuola “perché sono sempre triste. Troppo.”

In effetti non era facile stare insieme a lei: la voce spenta, la bocca sempre storpiata in una smorfia, il tono monocorde.

Non solo come lo diceva, anche quello che diceva era faticoso: criticona, giudicante, severa nei riguardi di tutto e tutti sembrava più una vecchia zitella inacidita e pettegola che una (bella) sedicenne.

Molta testa, poca vita.

Stamattina la Laura che mi si siede di fronte è un’altra: alta ed elegante nel suo stare con le spalle dritte e lo sguardo aperto, sorride.

In adolescenza è tipico che le consultazioni durino relativamente poco, spesso proprio il tempo di un anno scolastico. Accade perché si è nel pieno dell’età in cui succede tutto in fretta, tutto il bello e tutto il brutto sbocciano come la bella di notte e cadono a terra al mattino.

Insomma, quello che va in scena stamattina è l’atto finale di uno spettacolo bellissimo e commovente cui ho assistito per cinque mesi: ho visto Laura crescere.

“Mi sono successe un sacco di cose questa settimana!!!”

“…Bene!”

“Intanto, ho preso tre volte 4!”

Mi scappa da sorridere forte: va letto davvero col tono di chi annuncia una buona notizia.

I voti, i quadri, i debiti: da marzo in poi la fine dell’anno scolastico diventa per la maggior parte delle famiglie una vera e propria croce. Più per i genitori che per i figli, a dire il vero.

Laura è sempre stata una studentessa modello. Nel suo essere bloccata in un limbo sospeso tra essere piccola ed essere grande la scuola era sempre stata il suo “ultimo problema”.

Dal secondo quadrimestre in poi erano però arrivate le prime insufficienze gravi, tra lo sconcerto dei genitori, dei docenti e anche di Laura stessa.

“Non so, non capisco…sono lì davanti al libro, ma non me ne frega nulla e non ho più voglia di fare niente. Non sono mai stata così…e in più se poi prendo un’insufficienza ci resto male.”

Mi rendo conto che non sia un pensiero automatico da comprendere e accettare da parte del mondo degli adulti, ma nella stragrande maggioranza dei casi lo studio, soprattutto in adolescenza, ha molto poco a che vedere con quante ore si passino sui libri e tantissimo con il valore affettivo che in questa fase evolutiva gli si attribuisce: è come quando ci capita un momento di crisi sul piano personale e il lavoro ne risente.

Se facciamo un calcolo veloce della quantità di ore che uno studente passa a scuola a partire dalla prima elementare, è intuibile come il Sé scolastico si presti bene ad essere attaccato e boicottato per comunicare un messaggio: la scuola è il luogo dove si passa più tempo organizzato in assoluto, è fin troppo facile per un ragazzo inviare lì il proprio messaggio in bottiglia…in particolare per gli studenti che fino alle scuole medie sono stati definiti “bravi”.

Per chi non si è mai distinto negli studi infatti approdare alle superiori potrà far semplicemente pensare che “non sia mai stato tanto portato” e sceglierà qualcosa di diverso per attaccare il bambino che è stato e sfidare gli adulti, ma per i figli che da piccoli “non hanno mai dato problemi” a scuola cominciare a non corrispondere più all’immagine che di loro hanno i genitori spesso è addirittura sano.

“Ero ferma. Continuare a prendere 7 e 8 equivaleva a restare sempre uguale, a non vedere succedere niente di nuovo. Non ero più io eppure rimanevo sempre io, quella brava a scuola.”

Per Laura e per larghissima parte degli studenti delle superiori, in particolare del biennio, il calo del rendimento scolastico diventa allora evolutivo, funzionale a diventare grandi: per non sentirsi più i bravi bambini di un tempo, non possono più essere bravi a scuola come un tempo.

Attraversano a quel punto una fase di forte crisi: a fronte dei primi brutti voti, cominciano a sviluppare sintomi d’ansia e attacchi di panico. Il foglio di una verifica fa vedere tutto bianco, la lavagna di un’interrogazione fa vedere tutto nero: sta succedendo qualcosa.

Paradossalmente, anche questa fase porta con sé un tesoro prezioso: la capacità di tollerare la frustrazione (nodo al fazzoletto su questo…ne parliamo un’altra volta!) che per chi non ha mai fallito, non è così scontato poter mettere nel conto.

Durante il suo periodo da dilettante dell’insufficienza, Laura comincia a litigare coi genitori e a preoccuparsi di venire bocciata.

Ma poi “ho capito che posso prendere un brutto voto, e vivere lo stessoPrendo quattro, non valgo quattro. Merito lo stesso di rimanere al mondo.” Per i ragazzi che soffrono più degli altri,  questo non è un pensiero così ovvio: l’idea di deludere i propri genitori e di uccidere il bambino giudizioso che sono stati è intollerabile.

“E poi sai cosa? Quest’anno temo avrò il debito in inglese e in scienze, okay. Credo d’averlo voluto io alla fine. Ma sono certa che abbia senso pensare che andrà meglio, l’anno prossimo. Sai perché? Perché sento di essere diventata grande in questi mesi, nonostante i quattro (oppure grazie a loro, chissà! nda). E questo non può togliermelo nessuno. Ora che ho ripreso a camminare, da qui in poi si può andare solo avanti e non si torna indietro.”

In bocca al lupo, Laura.

“Alla fine va sempre tutto bene. Se non va bene, non è ancora la fine.”

Annunci