Noi e loro o del fare confronti tra genitori

Ma questo non è un blog sull’adolescenza?, mi direte.

Sì, confermo che siete capitati sulla pagina giusta.

Ma come dico sempre alle mie conferenze a genitori che reagiscono -ok, non tutti- con un fremito del sopracciglio: un figlio non nasce la mattina che uno sconosciuto coi capelli davanti alla faccia e il sedere di fuori grugnisce uscendo da casa per andare -pensate voi- a scuola.

Un figlio nasce ancora prima di nascere, quando si comincia a fantasticare che un giorno ci piacerebbe che arrivasse, immaginiamo come lo chiameremmo, se lo preferiremmo maschio o femmina – l’importante è che sia sano. Lì, insieme a suo figlio, in quel preciso istante nasce anche un genitore.

Quindi sì, questo resta il blog che conoscete, ma per poter parlare davvero di adolescenza spesso vanno fatti molti passi indietro. (La mia collega Marina Zanotta, psicoterapeuta dell’età evolutiva, dice intelligentemente che un figlio diventa adolescente quando comincia a dire di no: ah, i “terribili due anni”!)

Oggi quindi vi scrivo di un pensiero che ho fatto ieri, a partire da uno scambio sulla mia pagina Facebook in merito ad un post (“Mamme che scambiano l’ora al parco come un tempo per loro”) che ha acceso il dibattito. In particolare, una commentatrice mi contestava il tono di giudizio che leggeva nella mia frase e si chiedeva “perché abbiamo BISOGNO di giudicare le altre madri”. Sostiene che sui social sia ormai un atteggiamento diffuso, che la infastidisce non poco.

Uhm.

Posto che non fosse quello il mio intento, ci ho messo un po’ a mettere insieme i pezzi: le mie intenzioni, la sua reazione, quella di qualcun altro che come me non la capiva, il suo tipo di sensibilità diverso dal mio che le fa leggere nei commenti di altri genitori su Facebook “un giudizio espresso per sentirsi migliori degli altri” fino all'”intransigenza” rivolta ai genitori che si comportano diversamente da noi.

Ed ecco come ho assemblato il puzzle, lasciatemi partire da Adamo ed Eva (vi faccio il bigino): non esistono più i genitori di una volta. Quelli che, opinabile o meno, erano tutti uguali: le Mamme affezionate a quella gonna un po’ lunga, i Papà che stavano fuori tutto il giorno e che “non glielo diciamo dell’insufficienza in matematica” perché bastava uno sguardo per incenerire anche Attila. Quelli che non si ponevano il dubbio di come si dovesse fare, né forse ambivano ad essere bravi genitori (certo non sarebbero mai venuti alle mie conferenze, a che sarebbero mai servite?), perché non esistevano i bravi o i cattivi genitori: c’erano i genitori e basta. Sapevi che il vicino di casa faceva come te, non rischiava la chiamata al Telefono Azzurro se il figlio andava a letto senza cena, non c’era riprovazione se scappava uno scapaccione. Pochi grilli per la testa, niente richieste assurde, i figli non le facevano nemmeno “perché sapevo di non poter neanche chiedere”. Meno possibilità, forse. L’imbuto era evidentemente più ristretto. Bianco o nero, le sfumature non erano di gran moda.

Ne sono cambiate, di cose. Per una molteplicità di fattori sociologici, economici, storici che cambiano anche le persone.

Ebbene: oggi non c’è più un modo per essere mamme e papà. Da cui magari discostarsi, ma sapendo che è lì, come la barra di un timone. E allora i genitori si documentano, si informano, leggono, vanno anche alle conferenze degli esperti (saluto tutti quelli che mi conoscono!) per capire come dovrebbero fare, come dovrebbero essere.

Abbiamo perso un modello in cui identificarci, un sistema di regole codificato e valido per tutti che non ci faccia sentire troppo inadeguati. E il risultato è che finiamo per esserlo, tanto ci sentiamo tali: pieni di dubbi, sensi di colpa, perplessità, bisogno di confronto e – perché no – bisogno di mettere linee di separazione; finita l’epoca dell’ambire ad essere tutti uguali, rispondenti alle aspettative della società, ci ritroviamo forse più che mai nella necessità di definire i buoni e i cattivi.

Ripeto, intendevo altro con la mia riflessione di ieri, ma Irene mi ha dato l’occasione fare questo pensiero: nel commentare il modo altrui di essere genitori (sui social, sotto l’ombrellone, alle cene) siamo alla ricerca del modello perduto. Cerchiamo tra le pieghe del discorso, nell’approvazione dei nostri colleghi-genitori la conferma che noi andiamo bene.

Direte voi: saranno i figli a dircelo.

Eh no, signori.

I figli ci diranno il contrario. Ci diranno che sbagliamo, abbiamo sbagliato e sbaglieremo. Che potevamo essere anche in buona fede, ma resta il fatto che abbiamo toppato, non abbiamo capito niente, hanno fatto meglio gli altri.

Sono lì apposta: per fare i figli.

E allora l’autorizzazione dobbiamo darcela da soli, ma in questi tempi di precarietà e incertezza è quasi impossibile e i pochi intrepidi che ci provano non passano per eroi ma per presuntuosi.

Ecco dunque cosa penso: penso che facciamo bene. Penso che se ci serve a fissare dei paletti da piantare nel terreno per darci un confine, per stare dentro comodi e liberi anziché sentirci persi nell’arbitrarietà e nell’illimitata possibilità di fare la qualunque, forse è addirittura positivo.

Non ci leggo giudizio, ma constatazione.

Tra cui, su tutte, la prima è: non va bene tutto. Certe robe vanno meglio di altre, anche se noi non le facciamo, non le sappiamo, non vogliamo saperle, non le sappiamo fare.

 

Papà Andrea e Luca -solo per sceglierne due- o del dimenticare i figli in macchina

Metto le mani avanti: stavolta la prendo alla larga, ma ci arrivo.

Un po’ perché non scrivo da tempo (grazie a chi ha chiesto ragioni e m’ha mezza rimproverata: ci tenete!), un po’ perché il tema è se possibile ancora più caldo di quello dell’ultima volta.

Sapevo che il nuovo post avrebbe dovuto essere una riflessione sui genitori dei bambini che hanno dimenticato il proprio figlio in auto (e poco importa siano piccoli: c’è un filo rosso che lega l’essere genitori di un’idea, poi di un embrione, poi di un bimbo e poi di un ragazzo), ma avevo evidenti remore che non occorre scomodare Freud per indagare.

Perché il succo di quel che state per leggere è: avrebbe potuto succedere a me? Sì.

Posso fare qualcosa per provare a fare in modo che non succeda a me? Sì.

La mia amica Meg me lo chiese un paio di mesi fa, dopo una cena: giocavamo sul lettone col suo Tommy e la mia Agnese, erano i giorni del caso di Piacenza. “Secondo te, cosa succede ad un genitore? Sei d’accordo che sia per overloaded, perché siamo bombardati di stimoli e stress?”

Poi un mesetto fa mi posta sulla bacheca fb il caso di un genitore cinese 30enne che per dedicarsi allo shopping in un centro commerciale della zona di Modena ha lasciato il figlio (2 mesi) in auto, ma non prima di avergli assicurato il ciuccio in bocca col nastro adesivo.

Sono due cose diverse, direte voi. Ed è da qui che parto prendendola alla larga.

Settimana scorsa mi trovavo alla Feltrinelli di Piazza Piemonte a Milano. Area kidz, nello stacco tra un paziente e l’altro è una cosa che mi rilassa. In un’oretta ho assistito a molte cose, tra cui una nonna con una bambina che avrà avuto 3 anni scarsi e un nonno con una piccola di 18/24 mesi, a spanne.

La nonna insieme alla nipotina ha sbirciato tra gli scaffali, prendendosi il loro tempo, curiosando. Lasciava la piccola toccare ed esplorare e ha fatto in modo che fosse la bambina a scegliere che libro la ispirasse di più (uno sull’abbandono del pannolino, nda). La nonna non ha avuto nulla da eccepire, ha accolto la scelta e insieme si sono sedute: “Leggi, nonna!” ridendo insieme di gusto di cacca e pipì. Uno spettacolo da valere il prezzo del biglietto, vedere come quella nonna ridesse di cuore, con verità. Erano insieme. (Lo so che l’ho già scritto 3 volte in 7 righe: ma c’entra).

Il nonno invece è arrivato con la piccola passegginizzata (escludo non camminasse autonomamente, era grande abbastanza da poterlo e saperlo fare). Tenendola seduta, s’è allontanato di qualche metro lasciandola da sola per cercare un titolo. Dopo una manciata di minuti (guardate che non sono pochi, cronometrate!), la bambina rimasta da parte ha cominciato ad innervosirsi e chiamarlo (l’aveva messa vista scaffale, certo con le migliori intenzioni) per cercarlo e lui, amorevole ma goffo, a voce abbastanza alta perché lei lo sentisse dice: “Aspetta, sto cercando il libro che ti piace per farti contenta!”

La sostanziale differenza tra con te e per te.

La stessa differenza che (in totale astensione del giudizio e con pieno rispetto di un dolore che credo di poter solo immaginare e prego di non conoscere mai) credo passi tra un genitore che dimentica e uno che non dimentica il figlio in auto.

Pare che coloro ai quali succeda siano madri e padri amorevoli e attenti, con una spiccata capacità di caregiving. Bravi genitori, insomma. Brave persone. Non capita a causa del degrado o del disamore (troppo facile, mettersi al riparo così), ma per cause che secondo i miei colleghi sono legate ad una sorta di blackout, di macabro scherzo del cervello e della memoria che ti convince che tuo figlio sia esattamente dove dovrebbe essere: al nido, dalla nonna.

Io vi propongo una riflessione diversa: un figlio che lasci sul sedile è dentro la macchina, ma fuori di te. Per una serie di motivi più o meno validi che non ho intenzione di sindacare, non lo porti dentro. Non fai le cose con lui, le fai per lui.

E’ diverso.

Ecco che allora mi lascia perplessa l’idea dei sensori obbligatori anti-abbandono. Sarebbe come dire che mi danno un tutor per ricordarmi che non devo tradire mio marito: ho promesso.

Per l’amor del cielo, se può risparmiare anche solo UN bambino, mettiamoli per legge su OGNI auto.

Ma sarebbe l’ennesima disposizione che prendiamo per deresponsabilizzarci, stare in superficie, non sentirci coinvolti.

Un’amica docente delle medie domenica mi diceva che l’educatrice che fa il sostegno nella loro scuola a fine anno nella sua relazione ha dichiarato che “i genitori di oggi non portano dentro i loro figli” (non tutti, dai che lo sappiamo). Ha ragione, è perfettamente in linea coi dati che l’Associazione Alice Onlus (www.aliceonlus.org) ha raccolto un anno e mezzo fa da una ricerca commissionata da Walt Disney&Co.

Temo allora si tratti di questo: facciamo figli, li amiamo, siamo felici, leggiamo manuali su come fare bene e facciamo bene, per come ci è possibile. Ma non abbiamo minimamente la cultura del dentro, vinta da quella del fuori.

Ed ecco il passeggino che racconta che abbiamo speso 1000€ per comprarlo, perché “per mio figlio voglio il meglio”, un meglio che però ancora una volta è fuori.

Dentro, siamo pieni. Email, lavoro, politica, crisi, rimpianti, cellulare.

Non c’è abbastanza spazio.

Avrebbe potuto succedere a me? Sì.

Posso fare qualcosa per provare a fare in modo che non succeda a me? Sì.

Alice o dei genitori separati

“Posso chiederti un consiglio?”

“Dimmi.”

“Mia mamma giovedi va via di casa. Ha incontrato un nuovo uomo con cui esce e vuole andare a vivere con lui. Ha detto così. Solo che mio padre m’ha detto che questo tizio in realtà ha un’altra, e ha detto che la devo avvisare. Ecco il consiglio: come faccio a dire alla mamma che lui la sta prendendo in giro?”

Rimango interdetta per un attimo. Accanto ad Alice la sua amica, si avvicina qualche altra compagna che con uno sguardo viene allontanata. Entrambe mi puntano come se stessi per svelare loro dovi si trovi il Graal.

“Alice, non devi essere tu a dire questa cosa alla mamma, e tuo padre non doveva né parlartene, né chiedertelo.”

“Eh lo so. Ma come faccio? Loro non si parlano.”

Molto più spesso di quanto ci piaccia ammettere, le coppie separate con figli non sono in grado di anteporre il loro essere genitori al loro essere coppia, ed è comprensibile: si è marito e moglie e compagno e compagna prima di essere mamme e papà. L’investimento iniziale si fa in due. Quando la coppia si rompe, quando non ci si vuole più bene, i figli ne risentono sia se cominciamo a farne pedine, sia se riusciamo a tenerli al di fuori delle faccende degli adulti. Se la sintassi non è un’opinione, ne risentono in ogni caso.

Siccome però questo lo sapevamo già e il dato di realtà è che è che ci si separa sempre più spesso (la prima causa stando alle ultime ricerche è la noia), il punto diventa un altro: il castello di carte della retorica. “Si è genitori per sempre”: è vero? Essere genitori non è solo regolato dalla biologia, ma passa attraverso la costruzione del proprio ruolo di madri e padri. Se non ce lo si è arredato dentro e se non si è integrato con le altre parti di sé senza che nessuna mortifichi (troppo) l’altra, si finisce per far fare ai figli il lavoro sporco che spetterebbe a noi: salvaguardare la dignità di una storia finita ma nello stesso tempo mai finita. Perché la verità è che se da una relazione sono nati dei figli, l’amore di un tempo si perpetua in loro, e mancargli di rispetto equivale a mancarne a loro e alla loro vita.

“Cara, facciamo mezzo passo indietro: tu come stai? Oggi è martedi.”

Alice ha degli occhi color giada che si fanno pozzanghere.

“Io non voglio che vada via.”

“Questo è quello che puoi dirle.”