Fabio o della storia dell’asino di Buridano

(Memento: l’adolescenza è come il racconto delle vacanze di un’amica logorroica. Sai quando inizia ma non sai quando finisce. A volte perché tu stesso non fai nulla per zittirla.)

Fabio è un ragazzo di 20 anni.

Terminate le superiori – che lungimirantemente aveva scelto di frequentare presso un istituto tecnico – decide di non volersi iscrivere all’Università. O meglio: vorrebbe decidere di non iscriversi.

In saccoccia ha una serie di motivi che trovo condivisibili: non ha mai studiato troppo volentieri, non è interessato a nessuna Facoltà in particolare, non vuole far spendere soldi che ritiene inutili ai suoi genitori, non gli occorre una laurea per sentirsi una persona migliore ma soprattutto intende(rebbe) uscire presto di casa e rendersi autonomo.

“C’è una cosa che mio padre non capisce: che quando mi dice che se mi serve qualcosa posso chiederla, il problema è proprio doverla chiedere. Non rischiare di non averla.”

I genitori non lo prendono molto sul serio, sperano che la sua sia una indecisione passeggera. Non hanno dunque nulla in contrario sulla sua proposta di partire dopo il diploma per fare il cameriere a Londra e perfezionare l’inglese per un anno. Credono che gli schiarirà le idee.

Ma Fabio ha una visione piuttosto lucida della sua vita: vuole lavorare, non studiare. E così al suo rientro si mette a cercare lavoro in Italia. È a questo punto della storia che lo incontro: da qualche mese soffre di attacchi di panico, l’ultimo lo scorso week end.

“Non so perché, stavo bene e poi…eccolo. Ma non c’era nessun motivo.”

Mmmm.

“Avevo discusso con mio padre, d’accordo, ma non credo sia per quello.”

Mmmm.

Emerge una frase della discussione che mi si appiccica lì col bostik: “Continua a menarla che dovrei fare almeno la triennale. Dice che di farmi fare il commesso tutta la vita, lui non ne ha nessuna voglia.”

Ah. Ma mica deve farlo lui, penso.

“Continuano a dirci che per noi giovani non c’è lavoro. Però tutti i miei amici lavorano. Il lavoro c’è, se sei umile e volenteroso.”

Usti.

Al padre di Fabio non piace tanto, che il figlio sia umile e volenteroso. È un padre che gli ha “dato tutto” e ora vuole qualcosa in cambio: che il figlio colga le occasioni che basterebbe allungare una mano, per prendere. Come se lo studio fosse una faccenda che riguarda lui, non il ragazzo che poi dovrebbe seguire le lezioni, dare gli esami, vivere in casa altri tot anni.

È un padre che ha fatto un figlio in un periodo di opportunità molto democratiche: possiamo studiare senza più severi sbarramenti, diventare belli se siamo nati brutti, finire per essere milionari con una moneta o un’unghia come unica dote, scoprirci famosi grazie a due/tre modi accessibili a  chiunque.

Da qualche tempo, cresciamo i nostri figli con l’idea che possano diventare chiunque, tutto ciò che vogliono, col rischio che non diventino nessuno.

Nessuno che vorrebbero essere.

Conoscete la storia dell’asino di Buridano? Beato lui, poteva scegliere cosa mangiare. Una gran bella opportunità di cui non sapeva che farsene, e nel dubbio morì di fame.

Soprattutto oggi, se “chiunque può”, perché mio figlio no?

Facciamo molta fatica ad accreditare ai ragazzi la responsabilità delle loro scelte, che facciano male o bene: nel primo caso “è la società/una generazione di sbandati/la famiglia assente” (mai loro!); nel secondo nella nostra società che produce generazioni di sbandati, la famiglia è stata presente. Manchiamo cioè del pezzo in cui, restituendogli potere (decisionale e d’azione) li teniamo piccoli, pensandoli come se fossero sempre piccoli e poi lamentandoci perché restano piccoli.

Ma mi viene un dubbio: ci spiace davvero?

Non sarà invece che, pensando di sapere più e meglio dei nostri figli come dovrebbero vivere la loro vita, finiamo per viverla al posto loro?

E la nostra, che fine fa?

 

 

 

 

 

 

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