Paola o della violenza di genere in adolescenza

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Il mio articolo per la 27esima ora del Corriere della Sera, pubblicato nel giorno della Giornata ONU contro la violenza sulle donne.

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Noi e loro o del fare confronti tra genitori

Ma questo non è un blog sull’adolescenza?, mi direte.

Sì, confermo che siete capitati sulla pagina giusta.

Ma come dico sempre alle mie conferenze a genitori che reagiscono -ok, non tutti- con un fremito del sopracciglio: un figlio non nasce la mattina che uno sconosciuto coi capelli davanti alla faccia e il sedere di fuori grugnisce uscendo da casa per andare -pensate voi- a scuola.

Un figlio nasce ancora prima di nascere, quando si comincia a fantasticare che un giorno ci piacerebbe che arrivasse, immaginiamo come lo chiameremmo, se lo preferiremmo maschio o femmina – l’importante è che sia sano. Lì, insieme a suo figlio, in quel preciso istante nasce anche un genitore.

Quindi sì, questo resta il blog che conoscete, ma per poter parlare davvero di adolescenza spesso vanno fatti molti passi indietro. (La mia collega Marina Zanotta, psicoterapeuta dell’età evolutiva, dice intelligentemente che un figlio diventa adolescente quando comincia a dire di no: ah, i “terribili due anni”!)

Oggi quindi vi scrivo di un pensiero che ho fatto ieri, a partire da uno scambio sulla mia pagina Facebook in merito ad un post (“Mamme che scambiano l’ora al parco come un tempo per loro”) che ha acceso il dibattito. In particolare, una commentatrice mi contestava il tono di giudizio che leggeva nella mia frase e si chiedeva “perché abbiamo BISOGNO di giudicare le altre madri”. Sostiene che sui social sia ormai un atteggiamento diffuso, che la infastidisce non poco.

Uhm.

Posto che non fosse quello il mio intento, ci ho messo un po’ a mettere insieme i pezzi: le mie intenzioni, la sua reazione, quella di qualcun altro che come me non la capiva, il suo tipo di sensibilità diverso dal mio che le fa leggere nei commenti di altri genitori su Facebook “un giudizio espresso per sentirsi migliori degli altri” fino all'”intransigenza” rivolta ai genitori che si comportano diversamente da noi.

Ed ecco come ho assemblato il puzzle, lasciatemi partire da Adamo ed Eva (vi faccio il bigino): non esistono più i genitori di una volta. Quelli che, opinabile o meno, erano tutti uguali: le Mamme affezionate a quella gonna un po’ lunga, i Papà che stavano fuori tutto il giorno e che “non glielo diciamo dell’insufficienza in matematica” perché bastava uno sguardo per incenerire anche Attila. Quelli che non si ponevano il dubbio di come si dovesse fare, né forse ambivano ad essere bravi genitori (certo non sarebbero mai venuti alle mie conferenze, a che sarebbero mai servite?), perché non esistevano i bravi o i cattivi genitori: c’erano i genitori e basta. Sapevi che il vicino di casa faceva come te, non rischiava la chiamata al Telefono Azzurro se il figlio andava a letto senza cena, non c’era riprovazione se scappava uno scapaccione. Pochi grilli per la testa, niente richieste assurde, i figli non le facevano nemmeno “perché sapevo di non poter neanche chiedere”. Meno possibilità, forse. L’imbuto era evidentemente più ristretto. Bianco o nero, le sfumature non erano di gran moda.

Ne sono cambiate, di cose. Per una molteplicità di fattori sociologici, economici, storici che cambiano anche le persone.

Ebbene: oggi non c’è più un modo per essere mamme e papà. Da cui magari discostarsi, ma sapendo che è lì, come la barra di un timone. E allora i genitori si documentano, si informano, leggono, vanno anche alle conferenze degli esperti (saluto tutti quelli che mi conoscono!) per capire come dovrebbero fare, come dovrebbero essere.

Abbiamo perso un modello in cui identificarci, un sistema di regole codificato e valido per tutti che non ci faccia sentire troppo inadeguati. E il risultato è che finiamo per esserlo, tanto ci sentiamo tali: pieni di dubbi, sensi di colpa, perplessità, bisogno di confronto e – perché no – bisogno di mettere linee di separazione; finita l’epoca dell’ambire ad essere tutti uguali, rispondenti alle aspettative della società, ci ritroviamo forse più che mai nella necessità di definire i buoni e i cattivi.

Ripeto, intendevo altro con la mia riflessione di ieri, ma Irene mi ha dato l’occasione fare questo pensiero: nel commentare il modo altrui di essere genitori (sui social, sotto l’ombrellone, alle cene) siamo alla ricerca del modello perduto. Cerchiamo tra le pieghe del discorso, nell’approvazione dei nostri colleghi-genitori la conferma che noi andiamo bene.

Direte voi: saranno i figli a dircelo.

Eh no, signori.

I figli ci diranno il contrario. Ci diranno che sbagliamo, abbiamo sbagliato e sbaglieremo. Che potevamo essere anche in buona fede, ma resta il fatto che abbiamo toppato, non abbiamo capito niente, hanno fatto meglio gli altri.

Sono lì apposta: per fare i figli.

E allora l’autorizzazione dobbiamo darcela da soli, ma in questi tempi di precarietà e incertezza è quasi impossibile e i pochi intrepidi che ci provano non passano per eroi ma per presuntuosi.

Ecco dunque cosa penso: penso che facciamo bene. Penso che se ci serve a fissare dei paletti da piantare nel terreno per darci un confine, per stare dentro comodi e liberi anziché sentirci persi nell’arbitrarietà e nell’illimitata possibilità di fare la qualunque, forse è addirittura positivo.

Non ci leggo giudizio, ma constatazione.

Tra cui, su tutte, la prima è: non va bene tutto. Certe robe vanno meglio di altre, anche se noi non le facciamo, non le sappiamo, non vogliamo saperle, non le sappiamo fare.

 

Trilogia della bocciatura. Stefano o dei genitori con le migliori intenzioni

Quando incontro la madre e il padre di Stefano mi descrivono un figlio che un adolescente chiamerebbe un bimbominkia (per chi ha più di 16 anni: “bimbominkia” is the new “sfigato”). Con pochi amici, insicuro, mammone, in ansia circa il rendimento scolastico. La madre ha passato una settimana in trasferta per lavoro e al secondo giorno il marito le ha passato al telefono Stefano in lacrime: “Mamma, torna a casa”. Mi hanno cercata perché ultimamente hanno scoperto che nel secondo quadrimestre ha bigiato ripetutamente e siccome si sono resi conto che dice molte bugie, non sanno più distinguere la realtà dalla sua fantasia.

Resto molto perplessa, il quadro che mi illustrano mi pare preoccupante.

“Sono venuta da lei per sentirmi dire che fosse normale, che rientrasse tutto nel flusso dell’adolescenza. Ma ora che ho detto ad alta voce quello che va detto su mio figlio, capisco che non lo è.”

“Tuttavia non verrà mai da lei, lo conosco, non lo convinceremo. Vedrete. In fondo, anche secondo me…non si offenda Dottoressa, ma non so se servirebbe a molto.”

La mamma e il papà di Stefano e il loro forte bisogno di minimizzare.

Li capisco: quando diventi genitore, ciò che ti aspetti è che tuo figlio sia sano e felice. Che abbia quello che non hai avuto tu e che non ti presenti il conto con un’adolescenza che invece porta scritto da tutte le parti: “WARNING!”

Io concludo sempre il primo colloquio invitando a pensarci su prima di impegnarsi: ci siamo incontrati, hai visto come lavoro, conosci le condizioni. Se vuoi iniziare un percorso insieme, sai come trovarmi.

La famiglia di Stefano ritelefona: lui accetta di venire una volta. Okay, sono curiosa e felice di conoscerlo.

Il nostro primo incontro mi lascia stupita: Stefano è un bel ragazzo, si presenta bene, fa la sua figura.

E io che mi immaginavo uno sfigato…ma è sempre così: quando incontriamo qualcuno di cui qualcun altro ci ha parlato, per quanto siano la sua mamma e il suo papà, incontriamo una persona diversa da quella che loro portano dentro.

Entriamo nella stanza, lui fa fatica. Poche parole, tanti boh.

Mi parla della scuola: ha la media del 7. In terza superiore mi pare davvero notevole, e glielo dico.

A quel punto succede una cosa.

Che si ripeterà ogni settimana, per 45 minuti: Stefano inizia a piangere e non la smette più.

Riesce solo a farfugliare “Io non l’ho mai vista in questo modo. I miei sono sempre stati chiari: per loro la sufficienza non è 6, ma 7.” Mi rivela allora il motivo delle bigiate: è cambiata la prof. di latino e greco, per tutto il primo quadrimestre è stato insufficiente nello scritto in entrambe le materie. Poi, “non so come!”, a marzo ha preso due sei e non si è più presentato alle versioni: “Avevo paura di deludere ancora i miei.”

In molte famiglie il rendimento scolastico è una questione che sta a cuore più ai genitori che ai figli. E così sono i genitori a scegliere la scuola dopo la terza media, a provare la lezione per il giorno dopo, a tenere il calendario dei compiti in classe. Investono il Sé scolastico dei ragazzi di alte aspettative, scordando che poi la mattina vanno in ufficio, non in classe.

“Mia madre mi fa il countdown dei giorni che mancano alla verifica, mi tiene sotto pressione. Fa così perché dice che altrimenti non studio e non capisce che invece non mi aiuta.”

“Tu gliel’hai detto?”

“Sì, ma lei e mio padre dicono che mi sto giocando il mio futuro, che dovrei già sapere cosa voglio fare da grande, che se non vado bene a scuola non combinerò mai niente nella vita.”

Il confine tra credere in qualcuno cui vogliamo bene e che vorremmo ce la facesse al massimo delle sue possibilità, e schiacciarlo con le nostre aspettative cui non si sente all’altezza purtroppo è un crinale scosceso.

“E invece tu che pensi?”

Che solo se non mi lasciano provare a fare da solo, non ce la farò mai.”

Alessandro o dell’illimitata importanza dei limiti

“Sono qui perché è arrivata a casa la lettera di richiamo della scuola per Alessandro. Hanno suggerito che cerchiamo aiuto.”

Questo pomeriggio è arrivata in studio mamma Rosaria.

Mi descrive Alessandro in un modo che mi colpisce: irruento, scapestrato, senza regole. Difficile da tenere e contenere fin da bambino, conosce il limite e da sempre lo sfida. Sia in casa che fuori è difficilissimo gestirlo, è un “cane sciolto”.

Ma.

Nello stesso tempo è uno studente modello: brillante e bravo a scuola, il suo rendimento non è mai calato. Fa il liceo classico, e se dei suoi compagni non si può dire che siano usciti indenni dal ginnasio, lui sta concludendo la prima liceo con facilità.

Inoltre, nonostante sia così fastidioso e infastidente coi suoi modi provocatori, Rosaria mi dice che ha moltissimi amici e in fondo sa farsi benvolere anche dagli adulti.

Per mamma Rosaria, suo figlio è un mistero: riconosce che il suo modo di sfidare l’autorità e la legge siano sopra le righe, ma siccome nello stesso tempo non dà neppure grossi problemi, è piuttosto seccata all’idea di andare da un terapeuta per sentirsi dire che suo figlio è “malato” (non è questo che si trova da un buon terapeuta!, nda).

“Non conosco Alessandro, ma azzarderei che da ciò che mi dice in mezzo ad una serie di cose tipiche dell’età, ce ne sia una che terrei sotto controllo: se Alessandro è un cane sciolto, rischia di finire sotto la prima auto.”

Tra le esigenze degli adolescenti di alzare l’asticella con gli adulti e non colorare nei contorni, i comportamenti trasgressivi (ognuno li declina a modo suo) non solo sono normali, ma sono a loro modo auspicabili (un’altra volta vi spiegherò meglio il perché, stay tuned!, nda): occorrono loro per costruirsi una nuova identità che li traghetti verso gli adulti che saranno, per sperimentarsi, per rendersi autonomi e prendere le distanze. In una parola, per crescere.

Tuttavia, la parte difficile è stabilire un confine tra la trasgressione fase-specifica e la delinquenza o l’assenza totale di senso del limite e del pericolo.

E il mio pensiero va immediatamente a Francesco.

Francesco per la verità non l’ho mai conosciuto. La mia paziente era la sua cugina trentacinquenne, con cui avevamo cominciato a lavorare per via di un caso di mobbing di cui era stata vittima sul lavoro. Dopo diverso tempo, Maria Elena aveva cominciato a portare in studio il cugino: parlava spessissimo di lui perché in famiglia avevano cominciato ad essere preoccupati; la situazione era molto complessa (un padre perso, troppi soldi facili a disposizione, un paio di fermi per spaccio, una madre manchevole di qualunque strumento per farsi rispettare e far rispettare le regole, qualche rissa che era sembrata un regolamento di conti, a guardar bene).

Maria Elena mi diceva che fosse sotto gli occhi di tutti che ci fosse un problema, ma non sapevano come prenderlo, come affrontarlo.

Tipicamente, ogni situazione che trascende è una tragedia annunciata: ci sono sempre i segnali da guardare, la differenza la fa se si ha il coraggio e l’adultità di vedere a cosa portano e da dove partono.

Si indicevano dunque pantagrueliche cene di famiglia in cui Francesco arrivava con lo zigomo spaccato senza ricordarsi come fosse successo, e tutti mangiavano il vitello tonnato. 

Nessuno chiedeva niente, nessuno diceva niente.

Abbiamo lavorato per diversi mesi con Maria Elena sulla sua impossibilità a dire di più, a fare di più: temeva che Francesco reagisse male e tagliasse i ponti con lei, come aveva già fatto con una zia che aveva azzardato a suggerirgli il nome di un terapeuta.

Si era infine risolta di invitarlo in un locale per l’aperitivo: situazione giovane, informale. Mi aveva chiesto suggerimenti su cosa dire.

“E’ sua cugina, faccia la cugina: gli dica che è preoccupata per lui ed eviti le supercazzole.”

Era tornata la settimana dopo entusiasta.

“E’ andata benissimo! Abbiamo bevuto l’aperitivo e non mi è parso che vedesse l’ora di andarsene, sembrava a suo agio e lo ero anch’io…gli ho anche detto che pure io vado dalla psicologa.”

“E lui?”

“Niente, lui ha detto che ora è un po’ incasinato ma che può farcela da solo. Dopo la maturità ha già un amico più grande che lo aspetta per un colloquio, così se ottiene il lavoro impara a stare al mondo e si rende conto che non può fare sempre quello che vuole, che ci sono delle regole da osservare. Prima di salutarci gli ho detto di fare il bravo e lui ha sorriso e un po’ sbuffato: ‘tranquilla ché a me non succede niente’, mi fa.”

Maria Elena aveva ottenuto quello che voleva: sentirsi rassicurata.

Io invece ero molto preoccupata: un ragazzo che crede che a lui non potrebbe mai accadere nulla, che non ha paura di niente, non è in grado di proteggersi.

Francesco è morto la settimana successiva.

Ha convinto il suo migliore amico a fargli provare su un rettilineo la sua auto.

Aveva 17 anni.

Paola o della vergogna

Come ogni anno scolastico, siamo da mesi nelle classi con l’équipe dell’Associazione Alice Onlus (www.aliceonlus.org) per lavorare coi ragazzi sulla prevenzione primaria dei rischi in adolescenza.

I temi sono i più diversi: l’uso e l’abuso di sostanze, le nuove dipendenze, l’affettività e la sessualità irresponsabile, per dirne solo alcuni. Poi da quest’anno c’è anche “RispettaMI”, fiore all’occhiello con cui lavoriamo sulla prevenzione del femminicidio. In settimana Sergio Castellitto ha dichiarato in un’ intervista che un paese dove occorrono misure di questo tipo a sua avviso ammette una sconfitta: ha ragione.

Eppure.

Una delle (poche) regole che applichiamo è che i ragazzi non sono tenuti a partecipare all’intervento. Il motivo è semplice e dettato dal buonsenso: in 9 casi su 10, non l’hanno chiesto loro. L’ha scelto la scuola, certo pensando di rendere un buon servizio, ma senza interpellarli su un interesse o un bisogno reali.

Il patto è allora che possono mettersi in disparte a studiare in silenzio. In quasi 10 anni che faccio questo mestiere ne avranno approfittato in cinque, e forse arrotondo per eccesso.

Una di loro è Paola.

Intanto Paola dovete immaginarla difficile da immaginare: per più di 10 minuti, guardandola ti fa domandare se darle del tu o del lei. Potrebbe infatti essere benissimo la madre della sua amica Raffaella, vestita, pettinata e truccata com’è: da signora benevola che ti sorride al banco del fresco. Potrebbe avere qualunque età, ma sai che di anni ne ha 14, massimo 15, toh, 16: è in prima superiore.

La prima volta che la incontro si limita a stare defilata, ritirata, il più possibile invisibile.

La seconda e la terza volta dichiara di volersi chiamare fuori, dietro a ruota a Raffaella.

“Va bene”, dico, “posso sapere come mai?”

Ridacchiano.

“Eh, boh, cioè, non so…non c’ho voglia.”

D’accordo: patti chiari, amicizia lunga.

Nelle due ore successive lavoriamo con la classe, Raffaella si attacca all’i Pod disturbando e facendo la gradassa. Non aveva voglia davvero, e forse la noia la vince su ogni fronte.

Paola invece è persa: da dietro gli occhiali fuori moda, le pupille ronzano come mosche lungo orbite immaginarie e hanno l’unico scopo di non fare mai una sosta. Cosa stia facendo dopo pochi minuti è chiaro: sta evitando di posare lo sguardo su chicchessia, per evitare di scoprire se è a sua volta guardata.

Paola si vergogna.

La vergogna è un’ emozione secondaria: non nasciamo vergognandoci, Adamo ed Eva docent. Prima di poterci vergognare, dobbiamo aver imparato di cosa, e agli occhi di chi. Il problema è che nella stragrande maggioranza dei casi, quando ci vergogniamo, ci vergogniamo di noi stessi.

In adolescenza la vergogna può essere un sentimento devastante: proprio mentre si è alle prese col debutto sociale e la costruzione dell’identità, il sentimento di inadeguatezza ci fa lo sgambetto soprattutto nella società contemporanea dell’immagine e delle apparenze.

Vergognarci allora significa sentirci indegni: di mostrarci, di essere voluti bene, di essere vivi.

Mi si stringe un po’ lo stomaco, perché se per un attimo metto la camicetta a fiori di Paola, le maniche a palloncino mi fanno venir voglia di essere portata via, prima che l’aria pesante della Terra mi tolga il fiato. Paola vorrebbe che nessuno si accorgesse di quanto si senta sbagliata, e forse l’unica esperienza che davvero avrebbe bisogno di fare sarebbe proprio di essere guardata e vista per chi è.

Arriviamo alla fine del lavoro. Una battuta con la collega, il tempo di raccogliere borsa e cappotto e ho Paola alle spalle.

“Volevo chiedere scusa. Per non aver partecipato.”

Raffaella è già corsa fuori.

“Hai colto un’occasione che ti è stata offerta, perché te ne scusi?”

“Perché eravate qui per noi, ma io non ci sono stata. Ho mancato di rispetto al vostro tempo e al vostro lavoro.”

Lo dice con un po’ d’affanno, come se non avesse mai infilato una frase così lunga tutta insieme.

Resto di stucco. C’è una crepa nelle sue scuse che le rompe la voce, desidera realmente che io la perdoni.

Le sorrido e resto in silenzio. E nel silenzio parla.

“Io mi trovo in imbarazzo in queste situazioni. Con gli altri, non so. Non credo sia davvero un problema perché coi miei non mi capita, ma fuori di casa sì. Non so mai cosa devo dire e come devo fare e così evito.”

“Caspita, curioso: guarda con me invece come sei appena stata brava.”

Pare le abbia parlato in toki pona.

“In che senso ‘brava’?”

“Be’, sei stata brava: mi dici che sei a disagio con gli altri, eppure ad una quasi sconosciuta sei venuta a dirlo, a scusarti, a lasciarti conoscere un pochino. Non eri tenuta a farlo eppure l’hai fatto. Questa si chiama competenza relazionale. Quindi…chissà se è così vero che non sei capace: a me hai appena dimostrato il contrario.”

“Veramente a me ‘brava’ non me l’aveva mai detto nessuno.”