Paola o della violenza di genere in adolescenza

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Il mio articolo per la 27esima ora del Corriere della Sera, pubblicato nel giorno della Giornata ONU contro la violenza sulle donne.

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Fabio o della storia dell’asino di Buridano

(Memento: l’adolescenza è come il racconto delle vacanze di un’amica logorroica. Sai quando inizia ma non sai quando finisce. A volte perché tu stesso non fai nulla per zittirla.)

Fabio è un ragazzo di 20 anni.

Terminate le superiori – che lungimirantemente aveva scelto di frequentare presso un istituto tecnico – decide di non volersi iscrivere all’Università. O meglio: vorrebbe decidere di non iscriversi.

In saccoccia ha una serie di motivi che trovo condivisibili: non ha mai studiato troppo volentieri, non è interessato a nessuna Facoltà in particolare, non vuole far spendere soldi che ritiene inutili ai suoi genitori, non gli occorre una laurea per sentirsi una persona migliore ma soprattutto intende(rebbe) uscire presto di casa e rendersi autonomo.

“C’è una cosa che mio padre non capisce: che quando mi dice che se mi serve qualcosa posso chiederla, il problema è proprio doverla chiedere. Non rischiare di non averla.”

I genitori non lo prendono molto sul serio, sperano che la sua sia una indecisione passeggera. Non hanno dunque nulla in contrario sulla sua proposta di partire dopo il diploma per fare il cameriere a Londra e perfezionare l’inglese per un anno. Credono che gli schiarirà le idee.

Ma Fabio ha una visione piuttosto lucida della sua vita: vuole lavorare, non studiare. E così al suo rientro si mette a cercare lavoro in Italia. È a questo punto della storia che lo incontro: da qualche mese soffre di attacchi di panico, l’ultimo lo scorso week end.

“Non so perché, stavo bene e poi…eccolo. Ma non c’era nessun motivo.”

Mmmm.

“Avevo discusso con mio padre, d’accordo, ma non credo sia per quello.”

Mmmm.

Emerge una frase della discussione che mi si appiccica lì col bostik: “Continua a menarla che dovrei fare almeno la triennale. Dice che di farmi fare il commesso tutta la vita, lui non ne ha nessuna voglia.”

Ah. Ma mica deve farlo lui, penso.

“Continuano a dirci che per noi giovani non c’è lavoro. Però tutti i miei amici lavorano. Il lavoro c’è, se sei umile e volenteroso.”

Usti.

Al padre di Fabio non piace tanto, che il figlio sia umile e volenteroso. È un padre che gli ha “dato tutto” e ora vuole qualcosa in cambio: che il figlio colga le occasioni che basterebbe allungare una mano, per prendere. Come se lo studio fosse una faccenda che riguarda lui, non il ragazzo che poi dovrebbe seguire le lezioni, dare gli esami, vivere in casa altri tot anni.

È un padre che ha fatto un figlio in un periodo di opportunità molto democratiche: possiamo studiare senza più severi sbarramenti, diventare belli se siamo nati brutti, finire per essere milionari con una moneta o un’unghia come unica dote, scoprirci famosi grazie a due/tre modi accessibili a  chiunque.

Da qualche tempo, cresciamo i nostri figli con l’idea che possano diventare chiunque, tutto ciò che vogliono, col rischio che non diventino nessuno.

Nessuno che vorrebbero essere.

Conoscete la storia dell’asino di Buridano? Beato lui, poteva scegliere cosa mangiare. Una gran bella opportunità di cui non sapeva che farsene, e nel dubbio morì di fame.

Soprattutto oggi, se “chiunque può”, perché mio figlio no?

Facciamo molta fatica ad accreditare ai ragazzi la responsabilità delle loro scelte, che facciano male o bene: nel primo caso “è la società/una generazione di sbandati/la famiglia assente” (mai loro!); nel secondo nella nostra società che produce generazioni di sbandati, la famiglia è stata presente. Manchiamo cioè del pezzo in cui, restituendogli potere (decisionale e d’azione) li teniamo piccoli, pensandoli come se fossero sempre piccoli e poi lamentandoci perché restano piccoli.

Ma mi viene un dubbio: ci spiace davvero?

Non sarà invece che, pensando di sapere più e meglio dei nostri figli come dovrebbero vivere la loro vita, finiamo per viverla al posto loro?

E la nostra, che fine fa?

 

 

 

 

 

 

Noi e loro o del fare confronti tra genitori

Ma questo non è un blog sull’adolescenza?, mi direte.

Sì, confermo che siete capitati sulla pagina giusta.

Ma come dico sempre alle mie conferenze a genitori che reagiscono -ok, non tutti- con un fremito del sopracciglio: un figlio non nasce la mattina che uno sconosciuto coi capelli davanti alla faccia e il sedere di fuori grugnisce uscendo da casa per andare -pensate voi- a scuola.

Un figlio nasce ancora prima di nascere, quando si comincia a fantasticare che un giorno ci piacerebbe che arrivasse, immaginiamo come lo chiameremmo, se lo preferiremmo maschio o femmina – l’importante è che sia sano. Lì, insieme a suo figlio, in quel preciso istante nasce anche un genitore.

Quindi sì, questo resta il blog che conoscete, ma per poter parlare davvero di adolescenza spesso vanno fatti molti passi indietro. (La mia collega Marina Zanotta, psicoterapeuta dell’età evolutiva, dice intelligentemente che un figlio diventa adolescente quando comincia a dire di no: ah, i “terribili due anni”!)

Oggi quindi vi scrivo di un pensiero che ho fatto ieri, a partire da uno scambio sulla mia pagina Facebook in merito ad un post (“Mamme che scambiano l’ora al parco come un tempo per loro”) che ha acceso il dibattito. In particolare, una commentatrice mi contestava il tono di giudizio che leggeva nella mia frase e si chiedeva “perché abbiamo BISOGNO di giudicare le altre madri”. Sostiene che sui social sia ormai un atteggiamento diffuso, che la infastidisce non poco.

Uhm.

Posto che non fosse quello il mio intento, ci ho messo un po’ a mettere insieme i pezzi: le mie intenzioni, la sua reazione, quella di qualcun altro che come me non la capiva, il suo tipo di sensibilità diverso dal mio che le fa leggere nei commenti di altri genitori su Facebook “un giudizio espresso per sentirsi migliori degli altri” fino all'”intransigenza” rivolta ai genitori che si comportano diversamente da noi.

Ed ecco come ho assemblato il puzzle, lasciatemi partire da Adamo ed Eva (vi faccio il bigino): non esistono più i genitori di una volta. Quelli che, opinabile o meno, erano tutti uguali: le Mamme affezionate a quella gonna un po’ lunga, i Papà che stavano fuori tutto il giorno e che “non glielo diciamo dell’insufficienza in matematica” perché bastava uno sguardo per incenerire anche Attila. Quelli che non si ponevano il dubbio di come si dovesse fare, né forse ambivano ad essere bravi genitori (certo non sarebbero mai venuti alle mie conferenze, a che sarebbero mai servite?), perché non esistevano i bravi o i cattivi genitori: c’erano i genitori e basta. Sapevi che il vicino di casa faceva come te, non rischiava la chiamata al Telefono Azzurro se il figlio andava a letto senza cena, non c’era riprovazione se scappava uno scapaccione. Pochi grilli per la testa, niente richieste assurde, i figli non le facevano nemmeno “perché sapevo di non poter neanche chiedere”. Meno possibilità, forse. L’imbuto era evidentemente più ristretto. Bianco o nero, le sfumature non erano di gran moda.

Ne sono cambiate, di cose. Per una molteplicità di fattori sociologici, economici, storici che cambiano anche le persone.

Ebbene: oggi non c’è più un modo per essere mamme e papà. Da cui magari discostarsi, ma sapendo che è lì, come la barra di un timone. E allora i genitori si documentano, si informano, leggono, vanno anche alle conferenze degli esperti (saluto tutti quelli che mi conoscono!) per capire come dovrebbero fare, come dovrebbero essere.

Abbiamo perso un modello in cui identificarci, un sistema di regole codificato e valido per tutti che non ci faccia sentire troppo inadeguati. E il risultato è che finiamo per esserlo, tanto ci sentiamo tali: pieni di dubbi, sensi di colpa, perplessità, bisogno di confronto e – perché no – bisogno di mettere linee di separazione; finita l’epoca dell’ambire ad essere tutti uguali, rispondenti alle aspettative della società, ci ritroviamo forse più che mai nella necessità di definire i buoni e i cattivi.

Ripeto, intendevo altro con la mia riflessione di ieri, ma Irene mi ha dato l’occasione fare questo pensiero: nel commentare il modo altrui di essere genitori (sui social, sotto l’ombrellone, alle cene) siamo alla ricerca del modello perduto. Cerchiamo tra le pieghe del discorso, nell’approvazione dei nostri colleghi-genitori la conferma che noi andiamo bene.

Direte voi: saranno i figli a dircelo.

Eh no, signori.

I figli ci diranno il contrario. Ci diranno che sbagliamo, abbiamo sbagliato e sbaglieremo. Che potevamo essere anche in buona fede, ma resta il fatto che abbiamo toppato, non abbiamo capito niente, hanno fatto meglio gli altri.

Sono lì apposta: per fare i figli.

E allora l’autorizzazione dobbiamo darcela da soli, ma in questi tempi di precarietà e incertezza è quasi impossibile e i pochi intrepidi che ci provano non passano per eroi ma per presuntuosi.

Ecco dunque cosa penso: penso che facciamo bene. Penso che se ci serve a fissare dei paletti da piantare nel terreno per darci un confine, per stare dentro comodi e liberi anziché sentirci persi nell’arbitrarietà e nell’illimitata possibilità di fare la qualunque, forse è addirittura positivo.

Non ci leggo giudizio, ma constatazione.

Tra cui, su tutte, la prima è: non va bene tutto. Certe robe vanno meglio di altre, anche se noi non le facciamo, non le sappiamo, non vogliamo saperle, non le sappiamo fare.

 

Luca o il figlio che tutti vorrebbero avere

Luca ha 16 anni, ma se non lo sai gliene potresti dare tranquillamente 12.

Ha la faccia pulita, i modi schietti, è un bravo studente e un ragazzo educato.

Arriva nel mio studio perché da qualche mese è stretto da un mal di pancia che secondo i medici non ha cause organiche, ma lui d’altronde lo sapeva: “Siamo andati dal dottore per tranquillizzare la mamma, ma io ho capito subito che fosse ansia.”

Luca che non sbaglia i congiuntivi, che è competente, che non ha pregiudizi sullo psicologo, che rassicura i genitori.

All’ultimo colloquio arriva con lo sguardo un po’ spento: “Mia mamma è andata a parlare col Prof. di matematica.”

“E?”

So quanto ci tenga alla scuola, è uno che studia e non si fa cogliere impreparato: “E’ il mio dovere”, mi ha detto una volta.

“Lui le ha detto che sono il figlio che tutti vorrebbero avere.”

Taccio.

“…ci sono rimasto un po’ male.”

Dentro mi esplode il bengala delle grandi occasioni, ma aspetto a fargli sentire il botto.

“…è il complimento che si fa a un bambino” dice lui. (O ad un adulto serio e responsabile che assiste l’anziano genitore sul letto di dolore, penso io.)

Abbiamo centrato il punto: un adolescente che sia il figlio che tutti vorrebbero avere, è un figlio che sta rimanendo piccolo. E la pancia di Luca questa cosa la sa bene.

“E dimmi…secondo te perché visto da fuori sei il bambino che tutti vorrebbero avere?”

“Perché è vero: non do preoccupazioni, lascio i miei genitori tranquilli, studio, non ho neanche mai provato a fumare, sono andato una volta in un posto che secondo me non è neanche una discoteca vera, ed era per il compleanno di mio cugino. I miei compagni non sono così, diciamo.”

“E perché tu sì?”

Esita. So che sa la risposta ma deve prendere fiato per pronunciarla.

“Perché secondo me mia mamma non è pronta. Non so se regge che io divento grande.”

Senza consecutio temporum.

Trilogia della bocciatura. Laura o della fine della scuola

Cinque mesi fa Laura teneva gli occhi bassi e le spalle curve.

Aveva cominciato a frequentare lo sportello di consultazione psicologica della scuola “perché sono sempre triste. Troppo.”

In effetti non era facile stare insieme a lei: la voce spenta, la bocca sempre storpiata in una smorfia, il tono monocorde.

Non solo come lo diceva, anche quello che diceva era faticoso: criticona, giudicante, severa nei riguardi di tutto e tutti sembrava più una vecchia zitella inacidita e pettegola che una (bella) sedicenne.

Molta testa, poca vita.

Stamattina la Laura che mi si siede di fronte è un’altra: alta ed elegante nel suo stare con le spalle dritte e lo sguardo aperto, sorride.

In adolescenza è tipico che le consultazioni durino relativamente poco, spesso proprio il tempo di un anno scolastico. Accade perché si è nel pieno dell’età in cui succede tutto in fretta, tutto il bello e tutto il brutto sbocciano come la bella di notte e cadono a terra al mattino.

Insomma, quello che va in scena stamattina è l’atto finale di uno spettacolo bellissimo e commovente cui ho assistito per cinque mesi: ho visto Laura crescere.

“Mi sono successe un sacco di cose questa settimana!!!”

“…Bene!”

“Intanto, ho preso tre volte 4!”

Mi scappa da sorridere forte: va letto davvero col tono di chi annuncia una buona notizia.

I voti, i quadri, i debiti: da marzo in poi la fine dell’anno scolastico diventa per la maggior parte delle famiglie una vera e propria croce. Più per i genitori che per i figli, a dire il vero.

Laura è sempre stata una studentessa modello. Nel suo essere bloccata in un limbo sospeso tra essere piccola ed essere grande la scuola era sempre stata il suo “ultimo problema”.

Dal secondo quadrimestre in poi erano però arrivate le prime insufficienze gravi, tra lo sconcerto dei genitori, dei docenti e anche di Laura stessa.

“Non so, non capisco…sono lì davanti al libro, ma non me ne frega nulla e non ho più voglia di fare niente. Non sono mai stata così…e in più se poi prendo un’insufficienza ci resto male.”

Mi rendo conto che non sia un pensiero automatico da comprendere e accettare da parte del mondo degli adulti, ma nella stragrande maggioranza dei casi lo studio, soprattutto in adolescenza, ha molto poco a che vedere con quante ore si passino sui libri e tantissimo con il valore affettivo che in questa fase evolutiva gli si attribuisce: è come quando ci capita un momento di crisi sul piano personale e il lavoro ne risente.

Se facciamo un calcolo veloce della quantità di ore che uno studente passa a scuola a partire dalla prima elementare, è intuibile come il Sé scolastico si presti bene ad essere attaccato e boicottato per comunicare un messaggio: la scuola è il luogo dove si passa più tempo organizzato in assoluto, è fin troppo facile per un ragazzo inviare lì il proprio messaggio in bottiglia…in particolare per gli studenti che fino alle scuole medie sono stati definiti “bravi”.

Per chi non si è mai distinto negli studi infatti approdare alle superiori potrà far semplicemente pensare che “non sia mai stato tanto portato” e sceglierà qualcosa di diverso per attaccare il bambino che è stato e sfidare gli adulti, ma per i figli che da piccoli “non hanno mai dato problemi” a scuola cominciare a non corrispondere più all’immagine che di loro hanno i genitori spesso è addirittura sano.

“Ero ferma. Continuare a prendere 7 e 8 equivaleva a restare sempre uguale, a non vedere succedere niente di nuovo. Non ero più io eppure rimanevo sempre io, quella brava a scuola.”

Per Laura e per larghissima parte degli studenti delle superiori, in particolare del biennio, il calo del rendimento scolastico diventa allora evolutivo, funzionale a diventare grandi: per non sentirsi più i bravi bambini di un tempo, non possono più essere bravi a scuola come un tempo.

Attraversano a quel punto una fase di forte crisi: a fronte dei primi brutti voti, cominciano a sviluppare sintomi d’ansia e attacchi di panico. Il foglio di una verifica fa vedere tutto bianco, la lavagna di un’interrogazione fa vedere tutto nero: sta succedendo qualcosa.

Paradossalmente, anche questa fase porta con sé un tesoro prezioso: la capacità di tollerare la frustrazione (nodo al fazzoletto su questo…ne parliamo un’altra volta!) che per chi non ha mai fallito, non è così scontato poter mettere nel conto.

Durante il suo periodo da dilettante dell’insufficienza, Laura comincia a litigare coi genitori e a preoccuparsi di venire bocciata.

Ma poi “ho capito che posso prendere un brutto voto, e vivere lo stessoPrendo quattro, non valgo quattro. Merito lo stesso di rimanere al mondo.” Per i ragazzi che soffrono più degli altri,  questo non è un pensiero così ovvio: l’idea di deludere i propri genitori e di uccidere il bambino giudizioso che sono stati è intollerabile.

“E poi sai cosa? Quest’anno temo avrò il debito in inglese e in scienze, okay. Credo d’averlo voluto io alla fine. Ma sono certa che abbia senso pensare che andrà meglio, l’anno prossimo. Sai perché? Perché sento di essere diventata grande in questi mesi, nonostante i quattro (oppure grazie a loro, chissà! nda). E questo non può togliermelo nessuno. Ora che ho ripreso a camminare, da qui in poi si può andare solo avanti e non si torna indietro.”

In bocca al lupo, Laura.

“Alla fine va sempre tutto bene. Se non va bene, non è ancora la fine.”

Alessandro o dell’illimitata importanza dei limiti

“Sono qui perché è arrivata a casa la lettera di richiamo della scuola per Alessandro. Hanno suggerito che cerchiamo aiuto.”

Questo pomeriggio è arrivata in studio mamma Rosaria.

Mi descrive Alessandro in un modo che mi colpisce: irruento, scapestrato, senza regole. Difficile da tenere e contenere fin da bambino, conosce il limite e da sempre lo sfida. Sia in casa che fuori è difficilissimo gestirlo, è un “cane sciolto”.

Ma.

Nello stesso tempo è uno studente modello: brillante e bravo a scuola, il suo rendimento non è mai calato. Fa il liceo classico, e se dei suoi compagni non si può dire che siano usciti indenni dal ginnasio, lui sta concludendo la prima liceo con facilità.

Inoltre, nonostante sia così fastidioso e infastidente coi suoi modi provocatori, Rosaria mi dice che ha moltissimi amici e in fondo sa farsi benvolere anche dagli adulti.

Per mamma Rosaria, suo figlio è un mistero: riconosce che il suo modo di sfidare l’autorità e la legge siano sopra le righe, ma siccome nello stesso tempo non dà neppure grossi problemi, è piuttosto seccata all’idea di andare da un terapeuta per sentirsi dire che suo figlio è “malato” (non è questo che si trova da un buon terapeuta!, nda).

“Non conosco Alessandro, ma azzarderei che da ciò che mi dice in mezzo ad una serie di cose tipiche dell’età, ce ne sia una che terrei sotto controllo: se Alessandro è un cane sciolto, rischia di finire sotto la prima auto.”

Tra le esigenze degli adolescenti di alzare l’asticella con gli adulti e non colorare nei contorni, i comportamenti trasgressivi (ognuno li declina a modo suo) non solo sono normali, ma sono a loro modo auspicabili (un’altra volta vi spiegherò meglio il perché, stay tuned!, nda): occorrono loro per costruirsi una nuova identità che li traghetti verso gli adulti che saranno, per sperimentarsi, per rendersi autonomi e prendere le distanze. In una parola, per crescere.

Tuttavia, la parte difficile è stabilire un confine tra la trasgressione fase-specifica e la delinquenza o l’assenza totale di senso del limite e del pericolo.

E il mio pensiero va immediatamente a Francesco.

Francesco per la verità non l’ho mai conosciuto. La mia paziente era la sua cugina trentacinquenne, con cui avevamo cominciato a lavorare per via di un caso di mobbing di cui era stata vittima sul lavoro. Dopo diverso tempo, Maria Elena aveva cominciato a portare in studio il cugino: parlava spessissimo di lui perché in famiglia avevano cominciato ad essere preoccupati; la situazione era molto complessa (un padre perso, troppi soldi facili a disposizione, un paio di fermi per spaccio, una madre manchevole di qualunque strumento per farsi rispettare e far rispettare le regole, qualche rissa che era sembrata un regolamento di conti, a guardar bene).

Maria Elena mi diceva che fosse sotto gli occhi di tutti che ci fosse un problema, ma non sapevano come prenderlo, come affrontarlo.

Tipicamente, ogni situazione che trascende è una tragedia annunciata: ci sono sempre i segnali da guardare, la differenza la fa se si ha il coraggio e l’adultità di vedere a cosa portano e da dove partono.

Si indicevano dunque pantagrueliche cene di famiglia in cui Francesco arrivava con lo zigomo spaccato senza ricordarsi come fosse successo, e tutti mangiavano il vitello tonnato. 

Nessuno chiedeva niente, nessuno diceva niente.

Abbiamo lavorato per diversi mesi con Maria Elena sulla sua impossibilità a dire di più, a fare di più: temeva che Francesco reagisse male e tagliasse i ponti con lei, come aveva già fatto con una zia che aveva azzardato a suggerirgli il nome di un terapeuta.

Si era infine risolta di invitarlo in un locale per l’aperitivo: situazione giovane, informale. Mi aveva chiesto suggerimenti su cosa dire.

“E’ sua cugina, faccia la cugina: gli dica che è preoccupata per lui ed eviti le supercazzole.”

Era tornata la settimana dopo entusiasta.

“E’ andata benissimo! Abbiamo bevuto l’aperitivo e non mi è parso che vedesse l’ora di andarsene, sembrava a suo agio e lo ero anch’io…gli ho anche detto che pure io vado dalla psicologa.”

“E lui?”

“Niente, lui ha detto che ora è un po’ incasinato ma che può farcela da solo. Dopo la maturità ha già un amico più grande che lo aspetta per un colloquio, così se ottiene il lavoro impara a stare al mondo e si rende conto che non può fare sempre quello che vuole, che ci sono delle regole da osservare. Prima di salutarci gli ho detto di fare il bravo e lui ha sorriso e un po’ sbuffato: ‘tranquilla ché a me non succede niente’, mi fa.”

Maria Elena aveva ottenuto quello che voleva: sentirsi rassicurata.

Io invece ero molto preoccupata: un ragazzo che crede che a lui non potrebbe mai accadere nulla, che non ha paura di niente, non è in grado di proteggersi.

Francesco è morto la settimana successiva.

Ha convinto il suo migliore amico a fargli provare su un rettilineo la sua auto.

Aveva 17 anni.

Eugenia o dell’essere donna, moglie e mamma

Tra i TT (trend topic) su Twitter oggi i ragazzi hanno lanciato #questaèmiamadre.

Ne vengono fuori madri come bersagli facili (“E’ una rompicazzo”), che di fronte ai 9 in spagnolo rispondono “Ah.”, cui non va mai bene niente (“Serve aiuto?” “No, grazie.” Dopo due minuti: “Guarda che io non sono la tua cameriera!!!”), che non hanno credibilità (“Continua a dirmi che se non studio mi butta il computer dalla finestra ma non lo farà mai! lol”).

Sono le mamme degli adolescenti: programmate perché arrivi un momento della vita in cui non far altro che tollerare i colpi bassi dei figli. Non li scaglieranno perché i ragazzi siano sadici, né perché vi odino (lo diranno, lo scriveranno, lo urleranno, lo sibileranno. Lasciate fare, non sarà mai vero!, nda), ma perché anche da questo si passa per emanciparsi e diventare grandi.

Il (buon) genitore del (buon) adolescente dorma sonni tranquilli: sta filando tutto a gonfie vele.

La faccenda si complica quando però lo scontro non è solo fisiologico dell’età, ma un figlio ha ragioni profonde per essere arrabbiato con sua madre o suo padre.

Tipicamente sono due i peccati mortali che può commettere un genitore: far vergognare suo figlio, o soffrire più di lui.

Mamma Eugenia soffre più di Carola.

La vedo da pochi mesi, è arrivata nel mio studio con l’aspettativa che portano con sé molti genitori: “Dottoressa, mi dica come convinco mio/a figlio/a a venire.”

Rispondo sempre che nessuno convince realmente nessuno e che se quel genitore crede, piuttosto venga lui.

L’avevo detto anche ad Eugenia al telefono.

“Ma è Carola che ha bisogno!”

Avevo taciuto.

“Va be’, vengo io una volta per spiegarle il problema.”

Eugenia era arrivata e in un attimo la stanza si era riempita: di parole, racconti, storie, gesti, lacrime, trucco, gioielli.

Ci tiene a dettagliarmi minuziosamente una saga famigliare in cui lei e il marito hanno negli anni conosciuto la ricchezza e la fama: lui è stato fino ad una decina di anni fa un attore di discreta notorietà, che poteva offrire a moglie e figlie case, macchine e vacanze. Lei, avvocato mancato, ha sempre felicemente fatto la casalinga assicurando a tutti la certezza di una casa impeccabile, degli abiti più di classe, delle frequentazioni più esclusive.

Poi ad un tratto un’infilata di flop, e la macchina dello showbiz per il marito si inceppa. Niente più case, niente più macchine, niente più vacanze.

Appartamento in affitto, due utilitarie, al mare in Liguria.

Il marito di Eugenia molla: lasciandosi andare perde sé, la moglie che inizia una relazione extraconiugale, il rispetto delle figlie che cominciano a trattarlo come lui sente di meritare e per come si comporta. Da perdente.

Lei inizia a lavorare part time come segretaria ma continua a mettere i suoi amati e vistosi gioielli come se fossero la nuova collezione.

Carola è la figlia maggiore di 16 anni, che ormai in casa non comunica più se non a grugniti (quando va bene) e strilli (quando va male).

“Passo le serate a piangere, ma non mi faccio vedere. Faccio ancora tutto per tutti e il sabato sera ho sempre in casa tutte le amiche delle mie figlie per cena, così non mi viene la malinconia. Loro sono contente, solo mio marito ormai non si interessa più di nulla.”

Commettiamo una grossissima ingenuità quando pensiamo che se ci sciacquiamo il viso dopo aver pianto, preserviamo chi ci sta accanto dalle nostre sofferenze. Al contrario, gliele facciamo vivere col carico del tabù, del non detto, delle cose taciute che diventano ancora più grandi e spaventose di quanto siano spesso in realtà.

Alla fine del primo colloquio invito Eugenia a prendersi uno spazio nel quale far confluire tutta la sua storia, senza che ci faccia l’impasto per la pizza alle figlie.

“Ma io sono venuta per Carola!”.

Iniziamo insieme un percorso tutto giocato al passato, in cui per ora non c’è presente e non c’è futuro. Eugenia non ha mai elaborato il lutto di una vita di agi e privilegi e non s’è mai perdonata di aver tradito il marito.

Sento con profonda verità che stia facendo di tutto per essere una brava mamma, ma alle prese con i suoi problemi, per Carola e Anna non c’è abbastanza posto.

Azzardo che probabilmente avvertono la sua tristezza e la sua infelicità, e che per questo Carola sia arrabbiata: perché la sua mamma non si prende cura di sé e di conseguenza di lei.

“La priorità non è prendermi cura di me, ma di mia figlia che ormai non riconosco più tanto mi tratta male.”

WARNING!

La priorità è l’esatto opposto: per poter essere una brava mamma, la mamma migliore possibile (umana, imperfetta) bisogna anzitutto badare a sé. E’ come per le misure di sicurezza sugli aerei: si rendesse necessario, prima ci si mette la propria mascherina, poi la si mette agli altri. Il motivo è semplice: se manchiamo di risorse e strumenti, non abbiamo nulla da offrire.

Oggi Eugenia ritorna puntuale. Ha conosciuto un nuovo uomo, sta pensando di contattarlo. Spera che facendo ingelosire il marito, gli darebbe uno scossone. Le hanno offerto un full time, è contenta, ma per tutto l’week end ha lottato con lui in pigiama sul divano. Da sola.

Carola non la nomina neppure: per ora non c’è spazio.

Io la ascolto, mi lascio guidare dove vuole che io condivida il suo mondo e il suo magone, a tratti prendo in mano la cartina e suggerisco una direzione.

La sua domanda oggi è precisa: “Dottoressa, cosa faccio? Lo chiamo, il tipo che mi ha presentato la mia amica?” Una domanda da donna e da moglie.

Dopo 45 minuti la congedo: “Ci vediamo settimana prossima?”

“Sì, ma non abbiamo ancora fatto niente per Carola!!!”

Eccome, signora mia.

Maia

Penso alla nascita di questo blog da molti mesi.

Credo ci sia un motivo del perché nasca oggi: oggi a colloquio ho visto Maia.

Ha 16 anni e ci conosciamo da un paio di mesi. Viene in consultazione perché soffre d’ansia (come 3 su 4 degli adolescenti che incontro, ultimamente). Per raccontarmi di sé mi dice molte cose: che ha paura della morte, che vuole andarsene a Londra, che a Capodanno stava quasi per fare l’amore per la prima volta.

E che della scuola non le frega nulla. E’ già stata bocciata una volta, i suoi l’han presa male. Anche lei, ma loro di più.

Oggi mi dice che l’week end è stato un inferno perché ha preso 1 in fisica, verifica in bianco. “Eppure avevo studiato. Mia mamma ha detto che sono una sfigata e una fallita, mio padre ha fatto venir giù i santi e le madonne.”

“Be’…UNO!”

“Eh, lo so…” Ridacchia. La verità è che 1 fa ridere, dai. “Cheppppalle, la scuola serve solo a far contenti oppure a fare incazzare i genitori!”

“Balle. E questa è una frase da tamarra.”

Maia ha gli occhi grandi che se possibile si fanno ancora più grandi. Non ha mai concepito l’idea che così tante ore, così tanti anni della sua vita passati con le gambe sotto al banco possano avere a che fare con lei e non con loro.

Col suo futuro, con la persona che sarà. Sogna di vivere di musica: “Chemmmenefrega dell’Imperatore Augusto, se voglio fare la cantante?!”

Te ne frega, Maia, per quando cercherai qualcosa da raccontare nelle tue canzoni, quando magari ti servirà una similitudine con qualcuno che riformò le politiche sociali in un modo più equo e che fece il paio con un certo Mecenate. Te ne frega perché se andrà come desideri e ti auguro, avrai dei fans cui portare rispetto e cui dovrai avere qualcosa da dire, per i quali essere un modello.

Empatizzo in profondità col rapporto che Maia ha con la scuola, ce l’hanno in molti: la verità è che si sente stupida e inadeguata e anche a causa dei suoi scarsi risultati, nessuno si aspetta granché da lei. I prof, i compagni, i genitori. Questi ultimi, senza però rassegnarsi e arrabbiandosi moltissimo, facendo la scelta educativa di punirla non facendola uscire. Sperano che stando in casa, studi (non funziona!, nda).

Nessuno le ha mai chiesto cosa significhino per lei lo studio e la scuola. Oggi glielo chiedo io, e mi risponde che sono solo un ponte che spera di attraversare presto, senza nemmeno fare un puccio, prendere un po’ di sole sulla riva del fiume, giocare coi racchettoni. Tappandosi il naso e via, senza viversela. Boicottandosi al punto da rendere i tre anni che le mancano interminabili.

Ah, e che è un posto dove stare che non sia casa. “Perché a casa è un casino e non ce la faccio più.”

Per molti ragazzi è così: il disinvestimento o l’investimento sul loro sé scolastico passa attraverso la cultura della scuola e dello studio dei loro genitori: se non riescono a farsene una propria, facendosi da soli lo zainetto (metaforicamente e non), finiscono per subirla. Spesso sono queste le ragioni profonde dell’abbandono scolastico e delle bocciature. Ci saranno anche i lazzaroni, certo. Ma i più tramite il loro rendimento a scuola stanno dicendo qualcosa. Se ci fermiamo al “non ha voglia di fare niente”, quel ragazzo finirà per non fare niente. Freud li avrebbe chiamati moderni “delinquenti per senso di colpa”.

Con gli occhi lucidi Maia ha come un’intuizione: “Ma quindi io li posso fregare! Posso dimostrargli che non sono solo una capra!”

Sorrido.

“Mi si è aperto un mondo…non avevo mai pensato a me come a qualcuno che potesse stupire gli altri in positivo, essere anche diversa da come mi hanno vista finora.”

Grazie Maia per avermi fatto venire voglia di buttarmi, misurarmi a mia volta con qualcosa di nuovo che magari da me non mi aspettavo e non ci si aspettava: apro il mio blog.