Perdersi in un bicchiere ovvero noi, i giovani e l’alcol

Il mio ultimo articolo per il blog del Corriere della Sera sul fenomeno dilagante del consumo di alcool tra i giovanissimi:

http://27esimaora.corriere.it/articolo/perdersi-in-un-bicchierela-sfida-della-lotta-contro-lalcoolche-stiamo-perdendo-coi-giovanissimi/

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Paola o della violenza di genere in adolescenza

foto post 27

Il mio articolo per la 27esima ora del Corriere della Sera, pubblicato nel giorno della Giornata ONU contro la violenza sulle donne.

Fabio o della storia dell’asino di Buridano

(Memento: l’adolescenza è come il racconto delle vacanze di un’amica logorroica. Sai quando inizia ma non sai quando finisce. A volte perché tu stesso non fai nulla per zittirla.)

Fabio è un ragazzo di 20 anni.

Terminate le superiori – che lungimirantemente aveva scelto di frequentare presso un istituto tecnico – decide di non volersi iscrivere all’Università. O meglio: vorrebbe decidere di non iscriversi.

In saccoccia ha una serie di motivi che trovo condivisibili: non ha mai studiato troppo volentieri, non è interessato a nessuna Facoltà in particolare, non vuole far spendere soldi che ritiene inutili ai suoi genitori, non gli occorre una laurea per sentirsi una persona migliore ma soprattutto intende(rebbe) uscire presto di casa e rendersi autonomo.

“C’è una cosa che mio padre non capisce: che quando mi dice che se mi serve qualcosa posso chiederla, il problema è proprio doverla chiedere. Non rischiare di non averla.”

I genitori non lo prendono molto sul serio, sperano che la sua sia una indecisione passeggera. Non hanno dunque nulla in contrario sulla sua proposta di partire dopo il diploma per fare il cameriere a Londra e perfezionare l’inglese per un anno. Credono che gli schiarirà le idee.

Ma Fabio ha una visione piuttosto lucida della sua vita: vuole lavorare, non studiare. E così al suo rientro si mette a cercare lavoro in Italia. È a questo punto della storia che lo incontro: da qualche mese soffre di attacchi di panico, l’ultimo lo scorso week end.

“Non so perché, stavo bene e poi…eccolo. Ma non c’era nessun motivo.”

Mmmm.

“Avevo discusso con mio padre, d’accordo, ma non credo sia per quello.”

Mmmm.

Emerge una frase della discussione che mi si appiccica lì col bostik: “Continua a menarla che dovrei fare almeno la triennale. Dice che di farmi fare il commesso tutta la vita, lui non ne ha nessuna voglia.”

Ah. Ma mica deve farlo lui, penso.

“Continuano a dirci che per noi giovani non c’è lavoro. Però tutti i miei amici lavorano. Il lavoro c’è, se sei umile e volenteroso.”

Usti.

Al padre di Fabio non piace tanto, che il figlio sia umile e volenteroso. È un padre che gli ha “dato tutto” e ora vuole qualcosa in cambio: che il figlio colga le occasioni che basterebbe allungare una mano, per prendere. Come se lo studio fosse una faccenda che riguarda lui, non il ragazzo che poi dovrebbe seguire le lezioni, dare gli esami, vivere in casa altri tot anni.

È un padre che ha fatto un figlio in un periodo di opportunità molto democratiche: possiamo studiare senza più severi sbarramenti, diventare belli se siamo nati brutti, finire per essere milionari con una moneta o un’unghia come unica dote, scoprirci famosi grazie a due/tre modi accessibili a  chiunque.

Da qualche tempo, cresciamo i nostri figli con l’idea che possano diventare chiunque, tutto ciò che vogliono, col rischio che non diventino nessuno.

Nessuno che vorrebbero essere.

Conoscete la storia dell’asino di Buridano? Beato lui, poteva scegliere cosa mangiare. Una gran bella opportunità di cui non sapeva che farsene, e nel dubbio morì di fame.

Soprattutto oggi, se “chiunque può”, perché mio figlio no?

Facciamo molta fatica ad accreditare ai ragazzi la responsabilità delle loro scelte, che facciano male o bene: nel primo caso “è la società/una generazione di sbandati/la famiglia assente” (mai loro!); nel secondo nella nostra società che produce generazioni di sbandati, la famiglia è stata presente. Manchiamo cioè del pezzo in cui, restituendogli potere (decisionale e d’azione) li teniamo piccoli, pensandoli come se fossero sempre piccoli e poi lamentandoci perché restano piccoli.

Ma mi viene un dubbio: ci spiace davvero?

Non sarà invece che, pensando di sapere più e meglio dei nostri figli come dovrebbero vivere la loro vita, finiamo per viverla al posto loro?

E la nostra, che fine fa?

 

 

 

 

 

 

Noi e loro o del fare confronti tra genitori

Ma questo non è un blog sull’adolescenza?, mi direte.

Sì, confermo che siete capitati sulla pagina giusta.

Ma come dico sempre alle mie conferenze a genitori che reagiscono -ok, non tutti- con un fremito del sopracciglio: un figlio non nasce la mattina che uno sconosciuto coi capelli davanti alla faccia e il sedere di fuori grugnisce uscendo da casa per andare -pensate voi- a scuola.

Un figlio nasce ancora prima di nascere, quando si comincia a fantasticare che un giorno ci piacerebbe che arrivasse, immaginiamo come lo chiameremmo, se lo preferiremmo maschio o femmina – l’importante è che sia sano. Lì, insieme a suo figlio, in quel preciso istante nasce anche un genitore.

Quindi sì, questo resta il blog che conoscete, ma per poter parlare davvero di adolescenza spesso vanno fatti molti passi indietro. (La mia collega Marina Zanotta, psicoterapeuta dell’età evolutiva, dice intelligentemente che un figlio diventa adolescente quando comincia a dire di no: ah, i “terribili due anni”!)

Oggi quindi vi scrivo di un pensiero che ho fatto ieri, a partire da uno scambio sulla mia pagina Facebook in merito ad un post (“Mamme che scambiano l’ora al parco come un tempo per loro”) che ha acceso il dibattito. In particolare, una commentatrice mi contestava il tono di giudizio che leggeva nella mia frase e si chiedeva “perché abbiamo BISOGNO di giudicare le altre madri”. Sostiene che sui social sia ormai un atteggiamento diffuso, che la infastidisce non poco.

Uhm.

Posto che non fosse quello il mio intento, ci ho messo un po’ a mettere insieme i pezzi: le mie intenzioni, la sua reazione, quella di qualcun altro che come me non la capiva, il suo tipo di sensibilità diverso dal mio che le fa leggere nei commenti di altri genitori su Facebook “un giudizio espresso per sentirsi migliori degli altri” fino all'”intransigenza” rivolta ai genitori che si comportano diversamente da noi.

Ed ecco come ho assemblato il puzzle, lasciatemi partire da Adamo ed Eva (vi faccio il bigino): non esistono più i genitori di una volta. Quelli che, opinabile o meno, erano tutti uguali: le Mamme affezionate a quella gonna un po’ lunga, i Papà che stavano fuori tutto il giorno e che “non glielo diciamo dell’insufficienza in matematica” perché bastava uno sguardo per incenerire anche Attila. Quelli che non si ponevano il dubbio di come si dovesse fare, né forse ambivano ad essere bravi genitori (certo non sarebbero mai venuti alle mie conferenze, a che sarebbero mai servite?), perché non esistevano i bravi o i cattivi genitori: c’erano i genitori e basta. Sapevi che il vicino di casa faceva come te, non rischiava la chiamata al Telefono Azzurro se il figlio andava a letto senza cena, non c’era riprovazione se scappava uno scapaccione. Pochi grilli per la testa, niente richieste assurde, i figli non le facevano nemmeno “perché sapevo di non poter neanche chiedere”. Meno possibilità, forse. L’imbuto era evidentemente più ristretto. Bianco o nero, le sfumature non erano di gran moda.

Ne sono cambiate, di cose. Per una molteplicità di fattori sociologici, economici, storici che cambiano anche le persone.

Ebbene: oggi non c’è più un modo per essere mamme e papà. Da cui magari discostarsi, ma sapendo che è lì, come la barra di un timone. E allora i genitori si documentano, si informano, leggono, vanno anche alle conferenze degli esperti (saluto tutti quelli che mi conoscono!) per capire come dovrebbero fare, come dovrebbero essere.

Abbiamo perso un modello in cui identificarci, un sistema di regole codificato e valido per tutti che non ci faccia sentire troppo inadeguati. E il risultato è che finiamo per esserlo, tanto ci sentiamo tali: pieni di dubbi, sensi di colpa, perplessità, bisogno di confronto e – perché no – bisogno di mettere linee di separazione; finita l’epoca dell’ambire ad essere tutti uguali, rispondenti alle aspettative della società, ci ritroviamo forse più che mai nella necessità di definire i buoni e i cattivi.

Ripeto, intendevo altro con la mia riflessione di ieri, ma Irene mi ha dato l’occasione fare questo pensiero: nel commentare il modo altrui di essere genitori (sui social, sotto l’ombrellone, alle cene) siamo alla ricerca del modello perduto. Cerchiamo tra le pieghe del discorso, nell’approvazione dei nostri colleghi-genitori la conferma che noi andiamo bene.

Direte voi: saranno i figli a dircelo.

Eh no, signori.

I figli ci diranno il contrario. Ci diranno che sbagliamo, abbiamo sbagliato e sbaglieremo. Che potevamo essere anche in buona fede, ma resta il fatto che abbiamo toppato, non abbiamo capito niente, hanno fatto meglio gli altri.

Sono lì apposta: per fare i figli.

E allora l’autorizzazione dobbiamo darcela da soli, ma in questi tempi di precarietà e incertezza è quasi impossibile e i pochi intrepidi che ci provano non passano per eroi ma per presuntuosi.

Ecco dunque cosa penso: penso che facciamo bene. Penso che se ci serve a fissare dei paletti da piantare nel terreno per darci un confine, per stare dentro comodi e liberi anziché sentirci persi nell’arbitrarietà e nell’illimitata possibilità di fare la qualunque, forse è addirittura positivo.

Non ci leggo giudizio, ma constatazione.

Tra cui, su tutte, la prima è: non va bene tutto. Certe robe vanno meglio di altre, anche se noi non le facciamo, non le sappiamo, non vogliamo saperle, non le sappiamo fare.

 

Luca o il figlio che tutti vorrebbero avere

Luca ha 16 anni, ma se non lo sai gliene potresti dare tranquillamente 12.

Ha la faccia pulita, i modi schietti, è un bravo studente e un ragazzo educato.

Arriva nel mio studio perché da qualche mese è stretto da un mal di pancia che secondo i medici non ha cause organiche, ma lui d’altronde lo sapeva: “Siamo andati dal dottore per tranquillizzare la mamma, ma io ho capito subito che fosse ansia.”

Luca che non sbaglia i congiuntivi, che è competente, che non ha pregiudizi sullo psicologo, che rassicura i genitori.

All’ultimo colloquio arriva con lo sguardo un po’ spento: “Mia mamma è andata a parlare col Prof. di matematica.”

“E?”

So quanto ci tenga alla scuola, è uno che studia e non si fa cogliere impreparato: “E’ il mio dovere”, mi ha detto una volta.

“Lui le ha detto che sono il figlio che tutti vorrebbero avere.”

Taccio.

“…ci sono rimasto un po’ male.”

Dentro mi esplode il bengala delle grandi occasioni, ma aspetto a fargli sentire il botto.

“…è il complimento che si fa a un bambino” dice lui. (O ad un adulto serio e responsabile che assiste l’anziano genitore sul letto di dolore, penso io.)

Abbiamo centrato il punto: un adolescente che sia il figlio che tutti vorrebbero avere, è un figlio che sta rimanendo piccolo. E la pancia di Luca questa cosa la sa bene.

“E dimmi…secondo te perché visto da fuori sei il bambino che tutti vorrebbero avere?”

“Perché è vero: non do preoccupazioni, lascio i miei genitori tranquilli, studio, non ho neanche mai provato a fumare, sono andato una volta in un posto che secondo me non è neanche una discoteca vera, ed era per il compleanno di mio cugino. I miei compagni non sono così, diciamo.”

“E perché tu sì?”

Esita. So che sa la risposta ma deve prendere fiato per pronunciarla.

“Perché secondo me mia mamma non è pronta. Non so se regge che io divento grande.”

Senza consecutio temporum.

Papà Andrea e Luca -solo per sceglierne due- o del dimenticare i figli in macchina

Metto le mani avanti: stavolta la prendo alla larga, ma ci arrivo.

Un po’ perché non scrivo da tempo (grazie a chi ha chiesto ragioni e m’ha mezza rimproverata: ci tenete!), un po’ perché il tema è se possibile ancora più caldo di quello dell’ultima volta.

Sapevo che il nuovo post avrebbe dovuto essere una riflessione sui genitori dei bambini che hanno dimenticato il proprio figlio in auto (e poco importa siano piccoli: c’è un filo rosso che lega l’essere genitori di un’idea, poi di un embrione, poi di un bimbo e poi di un ragazzo), ma avevo evidenti remore che non occorre scomodare Freud per indagare.

Perché il succo di quel che state per leggere è: avrebbe potuto succedere a me? Sì.

Posso fare qualcosa per provare a fare in modo che non succeda a me? Sì.

La mia amica Meg me lo chiese un paio di mesi fa, dopo una cena: giocavamo sul lettone col suo Tommy e la mia Agnese, erano i giorni del caso di Piacenza. “Secondo te, cosa succede ad un genitore? Sei d’accordo che sia per overloaded, perché siamo bombardati di stimoli e stress?”

Poi un mesetto fa mi posta sulla bacheca fb il caso di un genitore cinese 30enne che per dedicarsi allo shopping in un centro commerciale della zona di Modena ha lasciato il figlio (2 mesi) in auto, ma non prima di avergli assicurato il ciuccio in bocca col nastro adesivo.

Sono due cose diverse, direte voi. Ed è da qui che parto prendendola alla larga.

Settimana scorsa mi trovavo alla Feltrinelli di Piazza Piemonte a Milano. Area kidz, nello stacco tra un paziente e l’altro è una cosa che mi rilassa. In un’oretta ho assistito a molte cose, tra cui una nonna con una bambina che avrà avuto 3 anni scarsi e un nonno con una piccola di 18/24 mesi, a spanne.

La nonna insieme alla nipotina ha sbirciato tra gli scaffali, prendendosi il loro tempo, curiosando. Lasciava la piccola toccare ed esplorare e ha fatto in modo che fosse la bambina a scegliere che libro la ispirasse di più (uno sull’abbandono del pannolino, nda). La nonna non ha avuto nulla da eccepire, ha accolto la scelta e insieme si sono sedute: “Leggi, nonna!” ridendo insieme di gusto di cacca e pipì. Uno spettacolo da valere il prezzo del biglietto, vedere come quella nonna ridesse di cuore, con verità. Erano insieme. (Lo so che l’ho già scritto 3 volte in 7 righe: ma c’entra).

Il nonno invece è arrivato con la piccola passegginizzata (escludo non camminasse autonomamente, era grande abbastanza da poterlo e saperlo fare). Tenendola seduta, s’è allontanato di qualche metro lasciandola da sola per cercare un titolo. Dopo una manciata di minuti (guardate che non sono pochi, cronometrate!), la bambina rimasta da parte ha cominciato ad innervosirsi e chiamarlo (l’aveva messa vista scaffale, certo con le migliori intenzioni) per cercarlo e lui, amorevole ma goffo, a voce abbastanza alta perché lei lo sentisse dice: “Aspetta, sto cercando il libro che ti piace per farti contenta!”

La sostanziale differenza tra con te e per te.

La stessa differenza che (in totale astensione del giudizio e con pieno rispetto di un dolore che credo di poter solo immaginare e prego di non conoscere mai) credo passi tra un genitore che dimentica e uno che non dimentica il figlio in auto.

Pare che coloro ai quali succeda siano madri e padri amorevoli e attenti, con una spiccata capacità di caregiving. Bravi genitori, insomma. Brave persone. Non capita a causa del degrado o del disamore (troppo facile, mettersi al riparo così), ma per cause che secondo i miei colleghi sono legate ad una sorta di blackout, di macabro scherzo del cervello e della memoria che ti convince che tuo figlio sia esattamente dove dovrebbe essere: al nido, dalla nonna.

Io vi propongo una riflessione diversa: un figlio che lasci sul sedile è dentro la macchina, ma fuori di te. Per una serie di motivi più o meno validi che non ho intenzione di sindacare, non lo porti dentro. Non fai le cose con lui, le fai per lui.

E’ diverso.

Ecco che allora mi lascia perplessa l’idea dei sensori obbligatori anti-abbandono. Sarebbe come dire che mi danno un tutor per ricordarmi che non devo tradire mio marito: ho promesso.

Per l’amor del cielo, se può risparmiare anche solo UN bambino, mettiamoli per legge su OGNI auto.

Ma sarebbe l’ennesima disposizione che prendiamo per deresponsabilizzarci, stare in superficie, non sentirci coinvolti.

Un’amica docente delle medie domenica mi diceva che l’educatrice che fa il sostegno nella loro scuola a fine anno nella sua relazione ha dichiarato che “i genitori di oggi non portano dentro i loro figli” (non tutti, dai che lo sappiamo). Ha ragione, è perfettamente in linea coi dati che l’Associazione Alice Onlus (www.aliceonlus.org) ha raccolto un anno e mezzo fa da una ricerca commissionata da Walt Disney&Co.

Temo allora si tratti di questo: facciamo figli, li amiamo, siamo felici, leggiamo manuali su come fare bene e facciamo bene, per come ci è possibile. Ma non abbiamo minimamente la cultura del dentro, vinta da quella del fuori.

Ed ecco il passeggino che racconta che abbiamo speso 1000€ per comprarlo, perché “per mio figlio voglio il meglio”, un meglio che però ancora una volta è fuori.

Dentro, siamo pieni. Email, lavoro, politica, crisi, rimpianti, cellulare.

Non c’è abbastanza spazio.

Avrebbe potuto succedere a me? Sì.

Posso fare qualcosa per provare a fare in modo che non succeda a me? Sì.

Fabiana o del morire bruciata viva a 15 anni per mano del proprio ragazzo

Avvertenza per i lettori: a ‘sto giro il post è per molti ma purtroppo non per tutti.

“La prima volta che Chiara ha visto suo padre mettermi le mani addosso aveva 4 anni. L’ultima è stata settimana scorsa, ma stavolta l’ha presa così male…non so, gli si è scagliata contro come una furia…m’è parsa persino esagerata, in fondo m’aveva dato solo uno spintone.” (Una mamma, 37 anni).

“Mia sorella sta con un ragazzo di 18 anni che da quando stanno insieme non vuole più che lei esca con nessuno tranne che con lui…mio papà è preoccupato e anche a me pare che non sia più la stessa…tu cosa dici?” (A., 14 anni).

“Se scegli un uomo che ti picchia e poi lo dici a qualcuno, è come umiliarti due volte.” (C., 15 anni, femmina).

“Se un ragazzo che hai amato ti da uno schiaffo o si comporta male con te, non è che smetti di volergli bene solo per quello.” (S., 14 anni, femmina).

Non si deve fare male alle donne se no poi ti denunciano.” (L., 14 anni, maschio. Quando ha pronunciato questa frase davanti ad una classe mista di prima Liceo di 30 persone, NESSUNO gli ha controbattuto che non si dovrebbe fare perché è un REATO.)

Quest’anno il progetto RispettaMI dell’Associazione Alice Onlus (www.aliceonlus.org) di prevenzione primaria del femminicidio è entrata nelle classi di 400 ragazzi.

In 12 classi, almeno un ragazzo o una ragazza hanno condiviso di conoscere qualcuno di molto vicino (un amico di famiglia o addirittura un parente) che aveva ucciso la propria donna.

Di nessuno dei casi di cui ci hanno parlato, io e le colleghe abbiamo mai letto nulla in cronaca.

Ergo: lo sapevamo già, ed è stata una conferma, i dati del femminicidio non sono solo quelli di cui veniamo a conoscenza. Chi se ne macchia, ci è molto vicino. Last but not least, i nostri ragazzi lo sanno, lo respirano, lo vedono.

Alzino la mani quanti sono rimasti choccati dalla storia di Corigliano Calabro. Il web e i media non parlano d’altro, me compresa. Benissimo. Ma perché? Siamo forse stupiti? Credevamo, da adulti, di poter raccontare storie dell’orrore in cui gli uomini uccidono le donne che hanno sposato, amato e con cui hanno fatto dei figli senza che quei figli ne uscissero macchiati, rovinati, contaminati? Pensavamo di poter continuare a raccontare la favoletta che vale (non vale!, nda) per le sigarette: io fumo perché ho il vizio, ma tu non t’azzardare neppure a cominciare?

Abbiamo lavorato con un progetto pilota e una ricerca qualitativa e quantitativa senza precedenti con un numero significativo di adolescenti maschi e femmine, e vi garantisco – perché ho facoltà per farlo – che dal punto di vista degli stereotipi di genere siamo indietro anni luce. La banalità facile e rassicurante ci culla e ci fa dormire sonni tranquilli, mentre ci risulta più semplice pensare che “se gli altri fan così, allora” e “se tutti pensano così, quindi”, fermi al fatto che una ragazza che oltraggia facendo la troia (poche balle, è così che parliamo, e che parlano i ragazzi, nda) il suo ragazzo “poi ci sta che se la va a cercare” (G., 15 anni, maschio), perché “se una ti tradisce, poi gli altri ti sfottono e tu devi fargliela pagare” (M., 15 anni, maschio).

Le ragazze dal canto loro ci mettono del proprio: “Magari se anche uno all’inizio si comporta male, poi si innamora e cambia.” (Lo sostiene una ragazza su tre).

Chi gliel’ha insegnato? Non riconosciamo forse le nostre frasi, quelle degli adulti? Quelle delle relazioni nevrotiche, sbagliate, in cui ci incaponiamo, in cui lottiamo contro i mulini a vento per non ammettere che abbiamo preso una strada senza uscita?

Non riconosciamo un limite nel trasmettere il senso del rispetto, della legalità, della tolleranza alla frustrazione, della capacità di esprimere e canalizzare l’aggressività e coltivare un senso di autostima che fornisca alle nostre figlie gli strumenti per dotarle di quella prospettiva tale per cui se non è lui quello giusto, sarà un altro? Che insegni ai figli maschi cosa significhi essere Uomini?

Non siamo nel nostro piccolo responsabili quando, come suggeriva su twitter @LiaCeli, parliamo del femminicidio nei termini delle donne uccise e non degli uomini assassini?

Le parole sono importanti: determinano la qualità che diamo alle cose, come dire scopare o fare l’amore. Non è uguale.

E quando permettiamo un uso delle parole leggero, volgare, tollerato solo perché folcloristico (scema, cretina, coglione, stazzitta), non stiamo forse benedicendo un rapporto nel quale due persone si feriscono a poco a poco, di volta in volta?

Si inizia così: non credete a chi (ormai sparuti, per fortuna, nda) propina la storia del raptus, del “non c’erano segnali”: BALLE. Il femminicidio è solo l’atto finale di una storia fatta di due persone che si torturano fino alla fine per mesi ed anni in una escalation piuttosto rapida e nonostante questo spesso lunga di violenze di ogni tipo.

E qui lo dico, anche se fa politicamente scorretto e altrove forse non lo sentirete: nella storia fatta di due persone, c’è un profilo dell’aggressore violento e in extremis assassino MA c’è anche una vittimologia. Perché se è vero come è vero che del doman non v’è certezza, possiamo con buona approssimazione dire che non tutte le donne si configurano come vittime potenziali: alcune saranno bersagli migliori di altre.

Quelle più insicure, meno assertive, con scarsa autostima, con una rete sociale, famigliare  e amicale a maglie larghe. Non quelle più ignoranti o più povere: ma quelle più sole fuori e dentro.

Ho lavorato in terapia con diverse ragazze picchiate dai loro ragazzi, nessuna più adulta dei 25 anni: mi hanno spiegato che la prima volta che lui ti mena, la prima cosa che ti viene da fare non è andare via. Mi hanno spiegato che resti talmente attonita, annichilita e ferita a morte nella fiducia riposta, che rimani. Rimani per credere alla promessa che non ricapiterà, perché hai bisogno di fare la prova del 9 che sia vero quando poi piange e ti chiede scusa, che sia stato solo un errore, la debolezza di una volta in cui lui ha perso il controllo, che l’ha fatto perché ti ama tantissimo e ti vorrebbe tutta per sé: altrimenti la conferma è che quella sbagliata sei tu. Tu che l’hai scelto, che non ti eri accorta prima, che l’hai fatto arrabbiare, che non l’hai evitato, che non l’hai fatto innamorare abbastanza perché diventasse un uomo migliore.

Ebbene: tutte queste cose si possono apprendere. Si può imparare a stare con sé e con gli altri. E (colpo di scena!) ha costi bassissimi, se commisurati a quelli sociali ed economici delle donne morte e degli uomini assassini.

Allora? Cominci anche tu a fare la tua parte, o ti limiti a quella del benpensante sconvolto?

Fabiana Luzzi, 1997 – 2013

Trilogia della bocciatura. Stefano o dei genitori con le migliori intenzioni

Quando incontro la madre e il padre di Stefano mi descrivono un figlio che un adolescente chiamerebbe un bimbominkia (per chi ha più di 16 anni: “bimbominkia” is the new “sfigato”). Con pochi amici, insicuro, mammone, in ansia circa il rendimento scolastico. La madre ha passato una settimana in trasferta per lavoro e al secondo giorno il marito le ha passato al telefono Stefano in lacrime: “Mamma, torna a casa”. Mi hanno cercata perché ultimamente hanno scoperto che nel secondo quadrimestre ha bigiato ripetutamente e siccome si sono resi conto che dice molte bugie, non sanno più distinguere la realtà dalla sua fantasia.

Resto molto perplessa, il quadro che mi illustrano mi pare preoccupante.

“Sono venuta da lei per sentirmi dire che fosse normale, che rientrasse tutto nel flusso dell’adolescenza. Ma ora che ho detto ad alta voce quello che va detto su mio figlio, capisco che non lo è.”

“Tuttavia non verrà mai da lei, lo conosco, non lo convinceremo. Vedrete. In fondo, anche secondo me…non si offenda Dottoressa, ma non so se servirebbe a molto.”

La mamma e il papà di Stefano e il loro forte bisogno di minimizzare.

Li capisco: quando diventi genitore, ciò che ti aspetti è che tuo figlio sia sano e felice. Che abbia quello che non hai avuto tu e che non ti presenti il conto con un’adolescenza che invece porta scritto da tutte le parti: “WARNING!”

Io concludo sempre il primo colloquio invitando a pensarci su prima di impegnarsi: ci siamo incontrati, hai visto come lavoro, conosci le condizioni. Se vuoi iniziare un percorso insieme, sai come trovarmi.

La famiglia di Stefano ritelefona: lui accetta di venire una volta. Okay, sono curiosa e felice di conoscerlo.

Il nostro primo incontro mi lascia stupita: Stefano è un bel ragazzo, si presenta bene, fa la sua figura.

E io che mi immaginavo uno sfigato…ma è sempre così: quando incontriamo qualcuno di cui qualcun altro ci ha parlato, per quanto siano la sua mamma e il suo papà, incontriamo una persona diversa da quella che loro portano dentro.

Entriamo nella stanza, lui fa fatica. Poche parole, tanti boh.

Mi parla della scuola: ha la media del 7. In terza superiore mi pare davvero notevole, e glielo dico.

A quel punto succede una cosa.

Che si ripeterà ogni settimana, per 45 minuti: Stefano inizia a piangere e non la smette più.

Riesce solo a farfugliare “Io non l’ho mai vista in questo modo. I miei sono sempre stati chiari: per loro la sufficienza non è 6, ma 7.” Mi rivela allora il motivo delle bigiate: è cambiata la prof. di latino e greco, per tutto il primo quadrimestre è stato insufficiente nello scritto in entrambe le materie. Poi, “non so come!”, a marzo ha preso due sei e non si è più presentato alle versioni: “Avevo paura di deludere ancora i miei.”

In molte famiglie il rendimento scolastico è una questione che sta a cuore più ai genitori che ai figli. E così sono i genitori a scegliere la scuola dopo la terza media, a provare la lezione per il giorno dopo, a tenere il calendario dei compiti in classe. Investono il Sé scolastico dei ragazzi di alte aspettative, scordando che poi la mattina vanno in ufficio, non in classe.

“Mia madre mi fa il countdown dei giorni che mancano alla verifica, mi tiene sotto pressione. Fa così perché dice che altrimenti non studio e non capisce che invece non mi aiuta.”

“Tu gliel’hai detto?”

“Sì, ma lei e mio padre dicono che mi sto giocando il mio futuro, che dovrei già sapere cosa voglio fare da grande, che se non vado bene a scuola non combinerò mai niente nella vita.”

Il confine tra credere in qualcuno cui vogliamo bene e che vorremmo ce la facesse al massimo delle sue possibilità, e schiacciarlo con le nostre aspettative cui non si sente all’altezza purtroppo è un crinale scosceso.

“E invece tu che pensi?”

Che solo se non mi lasciano provare a fare da solo, non ce la farò mai.”

Trilogia della bocciatura. Laura o della fine della scuola

Cinque mesi fa Laura teneva gli occhi bassi e le spalle curve.

Aveva cominciato a frequentare lo sportello di consultazione psicologica della scuola “perché sono sempre triste. Troppo.”

In effetti non era facile stare insieme a lei: la voce spenta, la bocca sempre storpiata in una smorfia, il tono monocorde.

Non solo come lo diceva, anche quello che diceva era faticoso: criticona, giudicante, severa nei riguardi di tutto e tutti sembrava più una vecchia zitella inacidita e pettegola che una (bella) sedicenne.

Molta testa, poca vita.

Stamattina la Laura che mi si siede di fronte è un’altra: alta ed elegante nel suo stare con le spalle dritte e lo sguardo aperto, sorride.

In adolescenza è tipico che le consultazioni durino relativamente poco, spesso proprio il tempo di un anno scolastico. Accade perché si è nel pieno dell’età in cui succede tutto in fretta, tutto il bello e tutto il brutto sbocciano come la bella di notte e cadono a terra al mattino.

Insomma, quello che va in scena stamattina è l’atto finale di uno spettacolo bellissimo e commovente cui ho assistito per cinque mesi: ho visto Laura crescere.

“Mi sono successe un sacco di cose questa settimana!!!”

“…Bene!”

“Intanto, ho preso tre volte 4!”

Mi scappa da sorridere forte: va letto davvero col tono di chi annuncia una buona notizia.

I voti, i quadri, i debiti: da marzo in poi la fine dell’anno scolastico diventa per la maggior parte delle famiglie una vera e propria croce. Più per i genitori che per i figli, a dire il vero.

Laura è sempre stata una studentessa modello. Nel suo essere bloccata in un limbo sospeso tra essere piccola ed essere grande la scuola era sempre stata il suo “ultimo problema”.

Dal secondo quadrimestre in poi erano però arrivate le prime insufficienze gravi, tra lo sconcerto dei genitori, dei docenti e anche di Laura stessa.

“Non so, non capisco…sono lì davanti al libro, ma non me ne frega nulla e non ho più voglia di fare niente. Non sono mai stata così…e in più se poi prendo un’insufficienza ci resto male.”

Mi rendo conto che non sia un pensiero automatico da comprendere e accettare da parte del mondo degli adulti, ma nella stragrande maggioranza dei casi lo studio, soprattutto in adolescenza, ha molto poco a che vedere con quante ore si passino sui libri e tantissimo con il valore affettivo che in questa fase evolutiva gli si attribuisce: è come quando ci capita un momento di crisi sul piano personale e il lavoro ne risente.

Se facciamo un calcolo veloce della quantità di ore che uno studente passa a scuola a partire dalla prima elementare, è intuibile come il Sé scolastico si presti bene ad essere attaccato e boicottato per comunicare un messaggio: la scuola è il luogo dove si passa più tempo organizzato in assoluto, è fin troppo facile per un ragazzo inviare lì il proprio messaggio in bottiglia…in particolare per gli studenti che fino alle scuole medie sono stati definiti “bravi”.

Per chi non si è mai distinto negli studi infatti approdare alle superiori potrà far semplicemente pensare che “non sia mai stato tanto portato” e sceglierà qualcosa di diverso per attaccare il bambino che è stato e sfidare gli adulti, ma per i figli che da piccoli “non hanno mai dato problemi” a scuola cominciare a non corrispondere più all’immagine che di loro hanno i genitori spesso è addirittura sano.

“Ero ferma. Continuare a prendere 7 e 8 equivaleva a restare sempre uguale, a non vedere succedere niente di nuovo. Non ero più io eppure rimanevo sempre io, quella brava a scuola.”

Per Laura e per larghissima parte degli studenti delle superiori, in particolare del biennio, il calo del rendimento scolastico diventa allora evolutivo, funzionale a diventare grandi: per non sentirsi più i bravi bambini di un tempo, non possono più essere bravi a scuola come un tempo.

Attraversano a quel punto una fase di forte crisi: a fronte dei primi brutti voti, cominciano a sviluppare sintomi d’ansia e attacchi di panico. Il foglio di una verifica fa vedere tutto bianco, la lavagna di un’interrogazione fa vedere tutto nero: sta succedendo qualcosa.

Paradossalmente, anche questa fase porta con sé un tesoro prezioso: la capacità di tollerare la frustrazione (nodo al fazzoletto su questo…ne parliamo un’altra volta!) che per chi non ha mai fallito, non è così scontato poter mettere nel conto.

Durante il suo periodo da dilettante dell’insufficienza, Laura comincia a litigare coi genitori e a preoccuparsi di venire bocciata.

Ma poi “ho capito che posso prendere un brutto voto, e vivere lo stessoPrendo quattro, non valgo quattro. Merito lo stesso di rimanere al mondo.” Per i ragazzi che soffrono più degli altri,  questo non è un pensiero così ovvio: l’idea di deludere i propri genitori e di uccidere il bambino giudizioso che sono stati è intollerabile.

“E poi sai cosa? Quest’anno temo avrò il debito in inglese e in scienze, okay. Credo d’averlo voluto io alla fine. Ma sono certa che abbia senso pensare che andrà meglio, l’anno prossimo. Sai perché? Perché sento di essere diventata grande in questi mesi, nonostante i quattro (oppure grazie a loro, chissà! nda). E questo non può togliermelo nessuno. Ora che ho ripreso a camminare, da qui in poi si può andare solo avanti e non si torna indietro.”

In bocca al lupo, Laura.

“Alla fine va sempre tutto bene. Se non va bene, non è ancora la fine.”