Luca o il figlio che tutti vorrebbero avere

Luca ha 16 anni, ma se non lo sai gliene potresti dare tranquillamente 12.

Ha la faccia pulita, i modi schietti, è un bravo studente e un ragazzo educato.

Arriva nel mio studio perché da qualche mese è stretto da un mal di pancia che secondo i medici non ha cause organiche, ma lui d’altronde lo sapeva: “Siamo andati dal dottore per tranquillizzare la mamma, ma io ho capito subito che fosse ansia.”

Luca che non sbaglia i congiuntivi, che è competente, che non ha pregiudizi sullo psicologo, che rassicura i genitori.

All’ultimo colloquio arriva con lo sguardo un po’ spento: “Mia mamma è andata a parlare col Prof. di matematica.”

“E?”

So quanto ci tenga alla scuola, è uno che studia e non si fa cogliere impreparato: “E’ il mio dovere”, mi ha detto una volta.

“Lui le ha detto che sono il figlio che tutti vorrebbero avere.”

Taccio.

“…ci sono rimasto un po’ male.”

Dentro mi esplode il bengala delle grandi occasioni, ma aspetto a fargli sentire il botto.

“…è il complimento che si fa a un bambino” dice lui. (O ad un adulto serio e responsabile che assiste l’anziano genitore sul letto di dolore, penso io.)

Abbiamo centrato il punto: un adolescente che sia il figlio che tutti vorrebbero avere, è un figlio che sta rimanendo piccolo. E la pancia di Luca questa cosa la sa bene.

“E dimmi…secondo te perché visto da fuori sei il bambino che tutti vorrebbero avere?”

“Perché è vero: non do preoccupazioni, lascio i miei genitori tranquilli, studio, non ho neanche mai provato a fumare, sono andato una volta in un posto che secondo me non è neanche una discoteca vera, ed era per il compleanno di mio cugino. I miei compagni non sono così, diciamo.”

“E perché tu sì?”

Esita. So che sa la risposta ma deve prendere fiato per pronunciarla.

“Perché secondo me mia mamma non è pronta. Non so se regge che io divento grande.”

Senza consecutio temporum.

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