Papà Andrea e Luca -solo per sceglierne due- o del dimenticare i figli in macchina

Metto le mani avanti: stavolta la prendo alla larga, ma ci arrivo.

Un po’ perché non scrivo da tempo (grazie a chi ha chiesto ragioni e m’ha mezza rimproverata: ci tenete!), un po’ perché il tema è se possibile ancora più caldo di quello dell’ultima volta.

Sapevo che il nuovo post avrebbe dovuto essere una riflessione sui genitori dei bambini che hanno dimenticato il proprio figlio in auto (e poco importa siano piccoli: c’è un filo rosso che lega l’essere genitori di un’idea, poi di un embrione, poi di un bimbo e poi di un ragazzo), ma avevo evidenti remore che non occorre scomodare Freud per indagare.

Perché il succo di quel che state per leggere è: avrebbe potuto succedere a me? Sì.

Posso fare qualcosa per provare a fare in modo che non succeda a me? Sì.

La mia amica Meg me lo chiese un paio di mesi fa, dopo una cena: giocavamo sul lettone col suo Tommy e la mia Agnese, erano i giorni del caso di Piacenza. “Secondo te, cosa succede ad un genitore? Sei d’accordo che sia per overloaded, perché siamo bombardati di stimoli e stress?”

Poi un mesetto fa mi posta sulla bacheca fb il caso di un genitore cinese 30enne che per dedicarsi allo shopping in un centro commerciale della zona di Modena ha lasciato il figlio (2 mesi) in auto, ma non prima di avergli assicurato il ciuccio in bocca col nastro adesivo.

Sono due cose diverse, direte voi. Ed è da qui che parto prendendola alla larga.

Settimana scorsa mi trovavo alla Feltrinelli di Piazza Piemonte a Milano. Area kidz, nello stacco tra un paziente e l’altro è una cosa che mi rilassa. In un’oretta ho assistito a molte cose, tra cui una nonna con una bambina che avrà avuto 3 anni scarsi e un nonno con una piccola di 18/24 mesi, a spanne.

La nonna insieme alla nipotina ha sbirciato tra gli scaffali, prendendosi il loro tempo, curiosando. Lasciava la piccola toccare ed esplorare e ha fatto in modo che fosse la bambina a scegliere che libro la ispirasse di più (uno sull’abbandono del pannolino, nda). La nonna non ha avuto nulla da eccepire, ha accolto la scelta e insieme si sono sedute: “Leggi, nonna!” ridendo insieme di gusto di cacca e pipì. Uno spettacolo da valere il prezzo del biglietto, vedere come quella nonna ridesse di cuore, con verità. Erano insieme. (Lo so che l’ho già scritto 3 volte in 7 righe: ma c’entra).

Il nonno invece è arrivato con la piccola passegginizzata (escludo non camminasse autonomamente, era grande abbastanza da poterlo e saperlo fare). Tenendola seduta, s’è allontanato di qualche metro lasciandola da sola per cercare un titolo. Dopo una manciata di minuti (guardate che non sono pochi, cronometrate!), la bambina rimasta da parte ha cominciato ad innervosirsi e chiamarlo (l’aveva messa vista scaffale, certo con le migliori intenzioni) per cercarlo e lui, amorevole ma goffo, a voce abbastanza alta perché lei lo sentisse dice: “Aspetta, sto cercando il libro che ti piace per farti contenta!”

La sostanziale differenza tra con te e per te.

La stessa differenza che (in totale astensione del giudizio e con pieno rispetto di un dolore che credo di poter solo immaginare e prego di non conoscere mai) credo passi tra un genitore che dimentica e uno che non dimentica il figlio in auto.

Pare che coloro ai quali succeda siano madri e padri amorevoli e attenti, con una spiccata capacità di caregiving. Bravi genitori, insomma. Brave persone. Non capita a causa del degrado o del disamore (troppo facile, mettersi al riparo così), ma per cause che secondo i miei colleghi sono legate ad una sorta di blackout, di macabro scherzo del cervello e della memoria che ti convince che tuo figlio sia esattamente dove dovrebbe essere: al nido, dalla nonna.

Io vi propongo una riflessione diversa: un figlio che lasci sul sedile è dentro la macchina, ma fuori di te. Per una serie di motivi più o meno validi che non ho intenzione di sindacare, non lo porti dentro. Non fai le cose con lui, le fai per lui.

E’ diverso.

Ecco che allora mi lascia perplessa l’idea dei sensori obbligatori anti-abbandono. Sarebbe come dire che mi danno un tutor per ricordarmi che non devo tradire mio marito: ho promesso.

Per l’amor del cielo, se può risparmiare anche solo UN bambino, mettiamoli per legge su OGNI auto.

Ma sarebbe l’ennesima disposizione che prendiamo per deresponsabilizzarci, stare in superficie, non sentirci coinvolti.

Un’amica docente delle medie domenica mi diceva che l’educatrice che fa il sostegno nella loro scuola a fine anno nella sua relazione ha dichiarato che “i genitori di oggi non portano dentro i loro figli” (non tutti, dai che lo sappiamo). Ha ragione, è perfettamente in linea coi dati che l’Associazione Alice Onlus (www.aliceonlus.org) ha raccolto un anno e mezzo fa da una ricerca commissionata da Walt Disney&Co.

Temo allora si tratti di questo: facciamo figli, li amiamo, siamo felici, leggiamo manuali su come fare bene e facciamo bene, per come ci è possibile. Ma non abbiamo minimamente la cultura del dentro, vinta da quella del fuori.

Ed ecco il passeggino che racconta che abbiamo speso 1000€ per comprarlo, perché “per mio figlio voglio il meglio”, un meglio che però ancora una volta è fuori.

Dentro, siamo pieni. Email, lavoro, politica, crisi, rimpianti, cellulare.

Non c’è abbastanza spazio.

Avrebbe potuto succedere a me? Sì.

Posso fare qualcosa per provare a fare in modo che non succeda a me? Sì.