Trilogia della bocciatura. Stefano o dei genitori con le migliori intenzioni

Quando incontro la madre e il padre di Stefano mi descrivono un figlio che un adolescente chiamerebbe un bimbominkia (per chi ha più di 16 anni: “bimbominkia” is the new “sfigato”). Con pochi amici, insicuro, mammone, in ansia circa il rendimento scolastico. La madre ha passato una settimana in trasferta per lavoro e al secondo giorno il marito le ha passato al telefono Stefano in lacrime: “Mamma, torna a casa”. Mi hanno cercata perché ultimamente hanno scoperto che nel secondo quadrimestre ha bigiato ripetutamente e siccome si sono resi conto che dice molte bugie, non sanno più distinguere la realtà dalla sua fantasia.

Resto molto perplessa, il quadro che mi illustrano mi pare preoccupante.

“Sono venuta da lei per sentirmi dire che fosse normale, che rientrasse tutto nel flusso dell’adolescenza. Ma ora che ho detto ad alta voce quello che va detto su mio figlio, capisco che non lo è.”

“Tuttavia non verrà mai da lei, lo conosco, non lo convinceremo. Vedrete. In fondo, anche secondo me…non si offenda Dottoressa, ma non so se servirebbe a molto.”

La mamma e il papà di Stefano e il loro forte bisogno di minimizzare.

Li capisco: quando diventi genitore, ciò che ti aspetti è che tuo figlio sia sano e felice. Che abbia quello che non hai avuto tu e che non ti presenti il conto con un’adolescenza che invece porta scritto da tutte le parti: “WARNING!”

Io concludo sempre il primo colloquio invitando a pensarci su prima di impegnarsi: ci siamo incontrati, hai visto come lavoro, conosci le condizioni. Se vuoi iniziare un percorso insieme, sai come trovarmi.

La famiglia di Stefano ritelefona: lui accetta di venire una volta. Okay, sono curiosa e felice di conoscerlo.

Il nostro primo incontro mi lascia stupita: Stefano è un bel ragazzo, si presenta bene, fa la sua figura.

E io che mi immaginavo uno sfigato…ma è sempre così: quando incontriamo qualcuno di cui qualcun altro ci ha parlato, per quanto siano la sua mamma e il suo papà, incontriamo una persona diversa da quella che loro portano dentro.

Entriamo nella stanza, lui fa fatica. Poche parole, tanti boh.

Mi parla della scuola: ha la media del 7. In terza superiore mi pare davvero notevole, e glielo dico.

A quel punto succede una cosa.

Che si ripeterà ogni settimana, per 45 minuti: Stefano inizia a piangere e non la smette più.

Riesce solo a farfugliare “Io non l’ho mai vista in questo modo. I miei sono sempre stati chiari: per loro la sufficienza non è 6, ma 7.” Mi rivela allora il motivo delle bigiate: è cambiata la prof. di latino e greco, per tutto il primo quadrimestre è stato insufficiente nello scritto in entrambe le materie. Poi, “non so come!”, a marzo ha preso due sei e non si è più presentato alle versioni: “Avevo paura di deludere ancora i miei.”

In molte famiglie il rendimento scolastico è una questione che sta a cuore più ai genitori che ai figli. E così sono i genitori a scegliere la scuola dopo la terza media, a provare la lezione per il giorno dopo, a tenere il calendario dei compiti in classe. Investono il Sé scolastico dei ragazzi di alte aspettative, scordando che poi la mattina vanno in ufficio, non in classe.

“Mia madre mi fa il countdown dei giorni che mancano alla verifica, mi tiene sotto pressione. Fa così perché dice che altrimenti non studio e non capisce che invece non mi aiuta.”

“Tu gliel’hai detto?”

“Sì, ma lei e mio padre dicono che mi sto giocando il mio futuro, che dovrei già sapere cosa voglio fare da grande, che se non vado bene a scuola non combinerò mai niente nella vita.”

Il confine tra credere in qualcuno cui vogliamo bene e che vorremmo ce la facesse al massimo delle sue possibilità, e schiacciarlo con le nostre aspettative cui non si sente all’altezza purtroppo è un crinale scosceso.

“E invece tu che pensi?”

Che solo se non mi lasciano provare a fare da solo, non ce la farò mai.”

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7 thoughts on “Trilogia della bocciatura. Stefano o dei genitori con le migliori intenzioni

  1. “Il confine tra credere in qualcuno cui vogliamo bene e che vorremmo ce la facesse al massimo delle sue possibilità, e schiacciarlo con le nostre aspettative cui non si sente all’altezza purtroppo è un crinale scosceso.” … Dovremmo tatuarcelo tutti noi genitori per non dimenticarlo nemmeno per un giorno!

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    • Quando il tema scottante e` la scuola, una delle frasi che sento piu` spesso e`: “E` intelligente, puo` farcela! Potrebbe diventare qualunque cosa se lo volesse, per questo mi fa arrabbiare!”
      Posto che capisco la qualita` con cui lo si dica, si rischia di non considerare due fattori: che quando non ce la si fa, il fatto di essere “intelligente” e` paradossalmente molto peggio, ti fa sentire ancora piu` sbagliato. Secondo…e` tutto da vedere se cio` che un genitore vorrebbe per suo figlio, coincida con cio` che quel figlio vuole per se`. In moltissimi casi, e` proprio in quel gap che anziche` farcela, si fallisce…

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  2. È vero,vorremmo fossero i migliori…poi io mi fermo a pensare e mi dico per me è la migliore,è la mia bambina e l’anno prossimo a scuola primaria mi ca bene che si integri,che si impegni e che sia serena…poi continuo a pensare e dico quando sarà ora ci penseremo e la vivremo insieme…pensare pensare,a volte nel volere il meglio sbagliamo

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  3. Ovviamante fa parte dei rischi del “mestiere” di genitore quello di sbagliare… nessuno nasce… “imparato”. Quello che dovrebbe essere importante è mettersi sempre in discussione e… tentare di accorgersi per tempo quando si stà sbagliando.
    Personalmente faccio parte anche io, con mi a moglie, di quella categoria che ritiene il 7 la sufficienza, adesso che sono alle superiori… se non ricordo male alle elementari/medie era anche l’8.
    Questa è stata, da sempre, una delle regole su cui non ho mai derogato perchè so per esperienza personale che se insegni ad accontentarsi del “minimo sindacale”… questa forma mentale ti resta per tutta la vita. Io avevo genitori che si accontentavano del 6 e, infatti, molto spesso non lo ottenevano… ma questo è un’altro discorso.
    L’importante, dicevo, è mettersi in discussione e cercare di capire se stai sbagliando.
    Con questa regola credo di averlo fatto mettendo in crisi mia figlia quando, con una materia aveva delle difficoltà ed era in crisi perchè non riusciva ad arrivare al risultato… preteso. Ne abbiamo parlato e ho cercato di spiegargli meglio che, se una materia proprio, non entra in testa… poco male l’importante non è il risultato in se ma l’impegno che ci metti nell’ottenerlo… non so ancora se e quanti danni ho fatto e/o rimediato… spero di capirlo presto.

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    • Nessuno azzarderebbe una definizione di “bravo genitore”, perché in fondo non c’è. Ma secondo me, un genitore (soprattutto di figli adolescenti!) che mette nel conto non solo il “rischio” di sbagliare ma la normalità di finire per farlo (un giorno peraltro scriverò di quanto sia anche utile!), è un bravo genitore.

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      • Mi sembrerebbe, quantomeno, presuntuoso e/o incosciente un genitore che non metta in conto di poter sbagliare… Il problema di fondo, una volta capito l’errore (…e ne capisci uno su 10, credo…), è convivere con la… “paura” delle conseguenze che questi errori hanno sui tuoi figli, perchè i tuoi errori li pagano, soprattutto, loro.

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      • Eppure garantisco che non per tutti sia facile convivere con la propria umanita` di genitore che sbaglia: se si hanno ancora aperte le ferite da figli inferte dagli errori dei genitori, spesso ci si aggrappera` con tutte le forze al tentativo di “non fargli vivere quello che ho passato io”. La verita` e` che spesso si sottovaluta la trasmissione intergenerazionale dei modelli genitoriali, minimizzando che per essere dei “buoni” genitori si debba essere anche dei figli il piu` possibile risolti. Ultimo ma non ultimo…si`, il prezzo da pagare finisce sul conto della banca emotiva dei nostri figli…che pero` per quanto figli nostri son diversi da noi, e tutti diversi tra loro: reagiranno dunque in modo personale, a volte con risorse inaspettate di fronte a cose gravissime, altre con disperazione a causa di cose/parole/gesti che non ci accorgeremo nemmeno d’aver fatto. Ecco che allora sta a noi scegliere come vederla: come faccio, faccio male. Oppure come faccio, faccio del mio meglio.

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