Fabiana o del morire bruciata viva a 15 anni per mano del proprio ragazzo

Avvertenza per i lettori: a ‘sto giro il post è per molti ma purtroppo non per tutti.

“La prima volta che Chiara ha visto suo padre mettermi le mani addosso aveva 4 anni. L’ultima è stata settimana scorsa, ma stavolta l’ha presa così male…non so, gli si è scagliata contro come una furia…m’è parsa persino esagerata, in fondo m’aveva dato solo uno spintone.” (Una mamma, 37 anni).

“Mia sorella sta con un ragazzo di 18 anni che da quando stanno insieme non vuole più che lei esca con nessuno tranne che con lui…mio papà è preoccupato e anche a me pare che non sia più la stessa…tu cosa dici?” (A., 14 anni).

“Se scegli un uomo che ti picchia e poi lo dici a qualcuno, è come umiliarti due volte.” (C., 15 anni, femmina).

“Se un ragazzo che hai amato ti da uno schiaffo o si comporta male con te, non è che smetti di volergli bene solo per quello.” (S., 14 anni, femmina).

Non si deve fare male alle donne se no poi ti denunciano.” (L., 14 anni, maschio. Quando ha pronunciato questa frase davanti ad una classe mista di prima Liceo di 30 persone, NESSUNO gli ha controbattuto che non si dovrebbe fare perché è un REATO.)

Quest’anno il progetto RispettaMI dell’Associazione Alice Onlus (www.aliceonlus.org) di prevenzione primaria del femminicidio è entrata nelle classi di 400 ragazzi.

In 12 classi, almeno un ragazzo o una ragazza hanno condiviso di conoscere qualcuno di molto vicino (un amico di famiglia o addirittura un parente) che aveva ucciso la propria donna.

Di nessuno dei casi di cui ci hanno parlato, io e le colleghe abbiamo mai letto nulla in cronaca.

Ergo: lo sapevamo già, ed è stata una conferma, i dati del femminicidio non sono solo quelli di cui veniamo a conoscenza. Chi se ne macchia, ci è molto vicino. Last but not least, i nostri ragazzi lo sanno, lo respirano, lo vedono.

Alzino la mani quanti sono rimasti choccati dalla storia di Corigliano Calabro. Il web e i media non parlano d’altro, me compresa. Benissimo. Ma perché? Siamo forse stupiti? Credevamo, da adulti, di poter raccontare storie dell’orrore in cui gli uomini uccidono le donne che hanno sposato, amato e con cui hanno fatto dei figli senza che quei figli ne uscissero macchiati, rovinati, contaminati? Pensavamo di poter continuare a raccontare la favoletta che vale (non vale!, nda) per le sigarette: io fumo perché ho il vizio, ma tu non t’azzardare neppure a cominciare?

Abbiamo lavorato con un progetto pilota e una ricerca qualitativa e quantitativa senza precedenti con un numero significativo di adolescenti maschi e femmine, e vi garantisco – perché ho facoltà per farlo – che dal punto di vista degli stereotipi di genere siamo indietro anni luce. La banalità facile e rassicurante ci culla e ci fa dormire sonni tranquilli, mentre ci risulta più semplice pensare che “se gli altri fan così, allora” e “se tutti pensano così, quindi”, fermi al fatto che una ragazza che oltraggia facendo la troia (poche balle, è così che parliamo, e che parlano i ragazzi, nda) il suo ragazzo “poi ci sta che se la va a cercare” (G., 15 anni, maschio), perché “se una ti tradisce, poi gli altri ti sfottono e tu devi fargliela pagare” (M., 15 anni, maschio).

Le ragazze dal canto loro ci mettono del proprio: “Magari se anche uno all’inizio si comporta male, poi si innamora e cambia.” (Lo sostiene una ragazza su tre).

Chi gliel’ha insegnato? Non riconosciamo forse le nostre frasi, quelle degli adulti? Quelle delle relazioni nevrotiche, sbagliate, in cui ci incaponiamo, in cui lottiamo contro i mulini a vento per non ammettere che abbiamo preso una strada senza uscita?

Non riconosciamo un limite nel trasmettere il senso del rispetto, della legalità, della tolleranza alla frustrazione, della capacità di esprimere e canalizzare l’aggressività e coltivare un senso di autostima che fornisca alle nostre figlie gli strumenti per dotarle di quella prospettiva tale per cui se non è lui quello giusto, sarà un altro? Che insegni ai figli maschi cosa significhi essere Uomini?

Non siamo nel nostro piccolo responsabili quando, come suggeriva su twitter @LiaCeli, parliamo del femminicidio nei termini delle donne uccise e non degli uomini assassini?

Le parole sono importanti: determinano la qualità che diamo alle cose, come dire scopare o fare l’amore. Non è uguale.

E quando permettiamo un uso delle parole leggero, volgare, tollerato solo perché folcloristico (scema, cretina, coglione, stazzitta), non stiamo forse benedicendo un rapporto nel quale due persone si feriscono a poco a poco, di volta in volta?

Si inizia così: non credete a chi (ormai sparuti, per fortuna, nda) propina la storia del raptus, del “non c’erano segnali”: BALLE. Il femminicidio è solo l’atto finale di una storia fatta di due persone che si torturano fino alla fine per mesi ed anni in una escalation piuttosto rapida e nonostante questo spesso lunga di violenze di ogni tipo.

E qui lo dico, anche se fa politicamente scorretto e altrove forse non lo sentirete: nella storia fatta di due persone, c’è un profilo dell’aggressore violento e in extremis assassino MA c’è anche una vittimologia. Perché se è vero come è vero che del doman non v’è certezza, possiamo con buona approssimazione dire che non tutte le donne si configurano come vittime potenziali: alcune saranno bersagli migliori di altre.

Quelle più insicure, meno assertive, con scarsa autostima, con una rete sociale, famigliare  e amicale a maglie larghe. Non quelle più ignoranti o più povere: ma quelle più sole fuori e dentro.

Ho lavorato in terapia con diverse ragazze picchiate dai loro ragazzi, nessuna più adulta dei 25 anni: mi hanno spiegato che la prima volta che lui ti mena, la prima cosa che ti viene da fare non è andare via. Mi hanno spiegato che resti talmente attonita, annichilita e ferita a morte nella fiducia riposta, che rimani. Rimani per credere alla promessa che non ricapiterà, perché hai bisogno di fare la prova del 9 che sia vero quando poi piange e ti chiede scusa, che sia stato solo un errore, la debolezza di una volta in cui lui ha perso il controllo, che l’ha fatto perché ti ama tantissimo e ti vorrebbe tutta per sé: altrimenti la conferma è che quella sbagliata sei tu. Tu che l’hai scelto, che non ti eri accorta prima, che l’hai fatto arrabbiare, che non l’hai evitato, che non l’hai fatto innamorare abbastanza perché diventasse un uomo migliore.

Ebbene: tutte queste cose si possono apprendere. Si può imparare a stare con sé e con gli altri. E (colpo di scena!) ha costi bassissimi, se commisurati a quelli sociali ed economici delle donne morte e degli uomini assassini.

Allora? Cominci anche tu a fare la tua parte, o ti limiti a quella del benpensante sconvolto?

Fabiana Luzzi, 1997 – 2013

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Trilogia della bocciatura. Stefano o dei genitori con le migliori intenzioni

Quando incontro la madre e il padre di Stefano mi descrivono un figlio che un adolescente chiamerebbe un bimbominkia (per chi ha più di 16 anni: “bimbominkia” is the new “sfigato”). Con pochi amici, insicuro, mammone, in ansia circa il rendimento scolastico. La madre ha passato una settimana in trasferta per lavoro e al secondo giorno il marito le ha passato al telefono Stefano in lacrime: “Mamma, torna a casa”. Mi hanno cercata perché ultimamente hanno scoperto che nel secondo quadrimestre ha bigiato ripetutamente e siccome si sono resi conto che dice molte bugie, non sanno più distinguere la realtà dalla sua fantasia.

Resto molto perplessa, il quadro che mi illustrano mi pare preoccupante.

“Sono venuta da lei per sentirmi dire che fosse normale, che rientrasse tutto nel flusso dell’adolescenza. Ma ora che ho detto ad alta voce quello che va detto su mio figlio, capisco che non lo è.”

“Tuttavia non verrà mai da lei, lo conosco, non lo convinceremo. Vedrete. In fondo, anche secondo me…non si offenda Dottoressa, ma non so se servirebbe a molto.”

La mamma e il papà di Stefano e il loro forte bisogno di minimizzare.

Li capisco: quando diventi genitore, ciò che ti aspetti è che tuo figlio sia sano e felice. Che abbia quello che non hai avuto tu e che non ti presenti il conto con un’adolescenza che invece porta scritto da tutte le parti: “WARNING!”

Io concludo sempre il primo colloquio invitando a pensarci su prima di impegnarsi: ci siamo incontrati, hai visto come lavoro, conosci le condizioni. Se vuoi iniziare un percorso insieme, sai come trovarmi.

La famiglia di Stefano ritelefona: lui accetta di venire una volta. Okay, sono curiosa e felice di conoscerlo.

Il nostro primo incontro mi lascia stupita: Stefano è un bel ragazzo, si presenta bene, fa la sua figura.

E io che mi immaginavo uno sfigato…ma è sempre così: quando incontriamo qualcuno di cui qualcun altro ci ha parlato, per quanto siano la sua mamma e il suo papà, incontriamo una persona diversa da quella che loro portano dentro.

Entriamo nella stanza, lui fa fatica. Poche parole, tanti boh.

Mi parla della scuola: ha la media del 7. In terza superiore mi pare davvero notevole, e glielo dico.

A quel punto succede una cosa.

Che si ripeterà ogni settimana, per 45 minuti: Stefano inizia a piangere e non la smette più.

Riesce solo a farfugliare “Io non l’ho mai vista in questo modo. I miei sono sempre stati chiari: per loro la sufficienza non è 6, ma 7.” Mi rivela allora il motivo delle bigiate: è cambiata la prof. di latino e greco, per tutto il primo quadrimestre è stato insufficiente nello scritto in entrambe le materie. Poi, “non so come!”, a marzo ha preso due sei e non si è più presentato alle versioni: “Avevo paura di deludere ancora i miei.”

In molte famiglie il rendimento scolastico è una questione che sta a cuore più ai genitori che ai figli. E così sono i genitori a scegliere la scuola dopo la terza media, a provare la lezione per il giorno dopo, a tenere il calendario dei compiti in classe. Investono il Sé scolastico dei ragazzi di alte aspettative, scordando che poi la mattina vanno in ufficio, non in classe.

“Mia madre mi fa il countdown dei giorni che mancano alla verifica, mi tiene sotto pressione. Fa così perché dice che altrimenti non studio e non capisce che invece non mi aiuta.”

“Tu gliel’hai detto?”

“Sì, ma lei e mio padre dicono che mi sto giocando il mio futuro, che dovrei già sapere cosa voglio fare da grande, che se non vado bene a scuola non combinerò mai niente nella vita.”

Il confine tra credere in qualcuno cui vogliamo bene e che vorremmo ce la facesse al massimo delle sue possibilità, e schiacciarlo con le nostre aspettative cui non si sente all’altezza purtroppo è un crinale scosceso.

“E invece tu che pensi?”

Che solo se non mi lasciano provare a fare da solo, non ce la farò mai.”

Trilogia della bocciatura. Laura o della fine della scuola

Cinque mesi fa Laura teneva gli occhi bassi e le spalle curve.

Aveva cominciato a frequentare lo sportello di consultazione psicologica della scuola “perché sono sempre triste. Troppo.”

In effetti non era facile stare insieme a lei: la voce spenta, la bocca sempre storpiata in una smorfia, il tono monocorde.

Non solo come lo diceva, anche quello che diceva era faticoso: criticona, giudicante, severa nei riguardi di tutto e tutti sembrava più una vecchia zitella inacidita e pettegola che una (bella) sedicenne.

Molta testa, poca vita.

Stamattina la Laura che mi si siede di fronte è un’altra: alta ed elegante nel suo stare con le spalle dritte e lo sguardo aperto, sorride.

In adolescenza è tipico che le consultazioni durino relativamente poco, spesso proprio il tempo di un anno scolastico. Accade perché si è nel pieno dell’età in cui succede tutto in fretta, tutto il bello e tutto il brutto sbocciano come la bella di notte e cadono a terra al mattino.

Insomma, quello che va in scena stamattina è l’atto finale di uno spettacolo bellissimo e commovente cui ho assistito per cinque mesi: ho visto Laura crescere.

“Mi sono successe un sacco di cose questa settimana!!!”

“…Bene!”

“Intanto, ho preso tre volte 4!”

Mi scappa da sorridere forte: va letto davvero col tono di chi annuncia una buona notizia.

I voti, i quadri, i debiti: da marzo in poi la fine dell’anno scolastico diventa per la maggior parte delle famiglie una vera e propria croce. Più per i genitori che per i figli, a dire il vero.

Laura è sempre stata una studentessa modello. Nel suo essere bloccata in un limbo sospeso tra essere piccola ed essere grande la scuola era sempre stata il suo “ultimo problema”.

Dal secondo quadrimestre in poi erano però arrivate le prime insufficienze gravi, tra lo sconcerto dei genitori, dei docenti e anche di Laura stessa.

“Non so, non capisco…sono lì davanti al libro, ma non me ne frega nulla e non ho più voglia di fare niente. Non sono mai stata così…e in più se poi prendo un’insufficienza ci resto male.”

Mi rendo conto che non sia un pensiero automatico da comprendere e accettare da parte del mondo degli adulti, ma nella stragrande maggioranza dei casi lo studio, soprattutto in adolescenza, ha molto poco a che vedere con quante ore si passino sui libri e tantissimo con il valore affettivo che in questa fase evolutiva gli si attribuisce: è come quando ci capita un momento di crisi sul piano personale e il lavoro ne risente.

Se facciamo un calcolo veloce della quantità di ore che uno studente passa a scuola a partire dalla prima elementare, è intuibile come il Sé scolastico si presti bene ad essere attaccato e boicottato per comunicare un messaggio: la scuola è il luogo dove si passa più tempo organizzato in assoluto, è fin troppo facile per un ragazzo inviare lì il proprio messaggio in bottiglia…in particolare per gli studenti che fino alle scuole medie sono stati definiti “bravi”.

Per chi non si è mai distinto negli studi infatti approdare alle superiori potrà far semplicemente pensare che “non sia mai stato tanto portato” e sceglierà qualcosa di diverso per attaccare il bambino che è stato e sfidare gli adulti, ma per i figli che da piccoli “non hanno mai dato problemi” a scuola cominciare a non corrispondere più all’immagine che di loro hanno i genitori spesso è addirittura sano.

“Ero ferma. Continuare a prendere 7 e 8 equivaleva a restare sempre uguale, a non vedere succedere niente di nuovo. Non ero più io eppure rimanevo sempre io, quella brava a scuola.”

Per Laura e per larghissima parte degli studenti delle superiori, in particolare del biennio, il calo del rendimento scolastico diventa allora evolutivo, funzionale a diventare grandi: per non sentirsi più i bravi bambini di un tempo, non possono più essere bravi a scuola come un tempo.

Attraversano a quel punto una fase di forte crisi: a fronte dei primi brutti voti, cominciano a sviluppare sintomi d’ansia e attacchi di panico. Il foglio di una verifica fa vedere tutto bianco, la lavagna di un’interrogazione fa vedere tutto nero: sta succedendo qualcosa.

Paradossalmente, anche questa fase porta con sé un tesoro prezioso: la capacità di tollerare la frustrazione (nodo al fazzoletto su questo…ne parliamo un’altra volta!) che per chi non ha mai fallito, non è così scontato poter mettere nel conto.

Durante il suo periodo da dilettante dell’insufficienza, Laura comincia a litigare coi genitori e a preoccuparsi di venire bocciata.

Ma poi “ho capito che posso prendere un brutto voto, e vivere lo stessoPrendo quattro, non valgo quattro. Merito lo stesso di rimanere al mondo.” Per i ragazzi che soffrono più degli altri,  questo non è un pensiero così ovvio: l’idea di deludere i propri genitori e di uccidere il bambino giudizioso che sono stati è intollerabile.

“E poi sai cosa? Quest’anno temo avrò il debito in inglese e in scienze, okay. Credo d’averlo voluto io alla fine. Ma sono certa che abbia senso pensare che andrà meglio, l’anno prossimo. Sai perché? Perché sento di essere diventata grande in questi mesi, nonostante i quattro (oppure grazie a loro, chissà! nda). E questo non può togliermelo nessuno. Ora che ho ripreso a camminare, da qui in poi si può andare solo avanti e non si torna indietro.”

In bocca al lupo, Laura.

“Alla fine va sempre tutto bene. Se non va bene, non è ancora la fine.”