Alessandro o dell’illimitata importanza dei limiti

“Sono qui perché è arrivata a casa la lettera di richiamo della scuola per Alessandro. Hanno suggerito che cerchiamo aiuto.”

Questo pomeriggio è arrivata in studio mamma Rosaria.

Mi descrive Alessandro in un modo che mi colpisce: irruento, scapestrato, senza regole. Difficile da tenere e contenere fin da bambino, conosce il limite e da sempre lo sfida. Sia in casa che fuori è difficilissimo gestirlo, è un “cane sciolto”.

Ma.

Nello stesso tempo è uno studente modello: brillante e bravo a scuola, il suo rendimento non è mai calato. Fa il liceo classico, e se dei suoi compagni non si può dire che siano usciti indenni dal ginnasio, lui sta concludendo la prima liceo con facilità.

Inoltre, nonostante sia così fastidioso e infastidente coi suoi modi provocatori, Rosaria mi dice che ha moltissimi amici e in fondo sa farsi benvolere anche dagli adulti.

Per mamma Rosaria, suo figlio è un mistero: riconosce che il suo modo di sfidare l’autorità e la legge siano sopra le righe, ma siccome nello stesso tempo non dà neppure grossi problemi, è piuttosto seccata all’idea di andare da un terapeuta per sentirsi dire che suo figlio è “malato” (non è questo che si trova da un buon terapeuta!, nda).

“Non conosco Alessandro, ma azzarderei che da ciò che mi dice in mezzo ad una serie di cose tipiche dell’età, ce ne sia una che terrei sotto controllo: se Alessandro è un cane sciolto, rischia di finire sotto la prima auto.”

Tra le esigenze degli adolescenti di alzare l’asticella con gli adulti e non colorare nei contorni, i comportamenti trasgressivi (ognuno li declina a modo suo) non solo sono normali, ma sono a loro modo auspicabili (un’altra volta vi spiegherò meglio il perché, stay tuned!, nda): occorrono loro per costruirsi una nuova identità che li traghetti verso gli adulti che saranno, per sperimentarsi, per rendersi autonomi e prendere le distanze. In una parola, per crescere.

Tuttavia, la parte difficile è stabilire un confine tra la trasgressione fase-specifica e la delinquenza o l’assenza totale di senso del limite e del pericolo.

E il mio pensiero va immediatamente a Francesco.

Francesco per la verità non l’ho mai conosciuto. La mia paziente era la sua cugina trentacinquenne, con cui avevamo cominciato a lavorare per via di un caso di mobbing di cui era stata vittima sul lavoro. Dopo diverso tempo, Maria Elena aveva cominciato a portare in studio il cugino: parlava spessissimo di lui perché in famiglia avevano cominciato ad essere preoccupati; la situazione era molto complessa (un padre perso, troppi soldi facili a disposizione, un paio di fermi per spaccio, una madre manchevole di qualunque strumento per farsi rispettare e far rispettare le regole, qualche rissa che era sembrata un regolamento di conti, a guardar bene).

Maria Elena mi diceva che fosse sotto gli occhi di tutti che ci fosse un problema, ma non sapevano come prenderlo, come affrontarlo.

Tipicamente, ogni situazione che trascende è una tragedia annunciata: ci sono sempre i segnali da guardare, la differenza la fa se si ha il coraggio e l’adultità di vedere a cosa portano e da dove partono.

Si indicevano dunque pantagrueliche cene di famiglia in cui Francesco arrivava con lo zigomo spaccato senza ricordarsi come fosse successo, e tutti mangiavano il vitello tonnato. 

Nessuno chiedeva niente, nessuno diceva niente.

Abbiamo lavorato per diversi mesi con Maria Elena sulla sua impossibilità a dire di più, a fare di più: temeva che Francesco reagisse male e tagliasse i ponti con lei, come aveva già fatto con una zia che aveva azzardato a suggerirgli il nome di un terapeuta.

Si era infine risolta di invitarlo in un locale per l’aperitivo: situazione giovane, informale. Mi aveva chiesto suggerimenti su cosa dire.

“E’ sua cugina, faccia la cugina: gli dica che è preoccupata per lui ed eviti le supercazzole.”

Era tornata la settimana dopo entusiasta.

“E’ andata benissimo! Abbiamo bevuto l’aperitivo e non mi è parso che vedesse l’ora di andarsene, sembrava a suo agio e lo ero anch’io…gli ho anche detto che pure io vado dalla psicologa.”

“E lui?”

“Niente, lui ha detto che ora è un po’ incasinato ma che può farcela da solo. Dopo la maturità ha già un amico più grande che lo aspetta per un colloquio, così se ottiene il lavoro impara a stare al mondo e si rende conto che non può fare sempre quello che vuole, che ci sono delle regole da osservare. Prima di salutarci gli ho detto di fare il bravo e lui ha sorriso e un po’ sbuffato: ‘tranquilla ché a me non succede niente’, mi fa.”

Maria Elena aveva ottenuto quello che voleva: sentirsi rassicurata.

Io invece ero molto preoccupata: un ragazzo che crede che a lui non potrebbe mai accadere nulla, che non ha paura di niente, non è in grado di proteggersi.

Francesco è morto la settimana successiva.

Ha convinto il suo migliore amico a fargli provare su un rettilineo la sua auto.

Aveva 17 anni.

Annunci

One thought on “Alessandro o dell’illimitata importanza dei limiti

  1. Ho letto d’un fiato…immagino ma speravo il contrario…fa male leggere tutto questo. Il mio pensiero stringe forte i suoi genitori, oltre che essere rivolto a lui…

    Mi piace

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...