Maia

Penso alla nascita di questo blog da molti mesi.

Credo ci sia un motivo del perché nasca oggi: oggi a colloquio ho visto Maia.

Ha 16 anni e ci conosciamo da un paio di mesi. Viene in consultazione perché soffre d’ansia (come 3 su 4 degli adolescenti che incontro, ultimamente). Per raccontarmi di sé mi dice molte cose: che ha paura della morte, che vuole andarsene a Londra, che a Capodanno stava quasi per fare l’amore per la prima volta.

E che della scuola non le frega nulla. E’ già stata bocciata una volta, i suoi l’han presa male. Anche lei, ma loro di più.

Oggi mi dice che l’week end è stato un inferno perché ha preso 1 in fisica, verifica in bianco. “Eppure avevo studiato. Mia mamma ha detto che sono una sfigata e una fallita, mio padre ha fatto venir giù i santi e le madonne.”

“Be’…UNO!”

“Eh, lo so…” Ridacchia. La verità è che 1 fa ridere, dai. “Cheppppalle, la scuola serve solo a far contenti oppure a fare incazzare i genitori!”

“Balle. E questa è una frase da tamarra.”

Maia ha gli occhi grandi che se possibile si fanno ancora più grandi. Non ha mai concepito l’idea che così tante ore, così tanti anni della sua vita passati con le gambe sotto al banco possano avere a che fare con lei e non con loro.

Col suo futuro, con la persona che sarà. Sogna di vivere di musica: “Chemmmenefrega dell’Imperatore Augusto, se voglio fare la cantante?!”

Te ne frega, Maia, per quando cercherai qualcosa da raccontare nelle tue canzoni, quando magari ti servirà una similitudine con qualcuno che riformò le politiche sociali in un modo più equo e che fece il paio con un certo Mecenate. Te ne frega perché se andrà come desideri e ti auguro, avrai dei fans cui portare rispetto e cui dovrai avere qualcosa da dire, per i quali essere un modello.

Empatizzo in profondità col rapporto che Maia ha con la scuola, ce l’hanno in molti: la verità è che si sente stupida e inadeguata e anche a causa dei suoi scarsi risultati, nessuno si aspetta granché da lei. I prof, i compagni, i genitori. Questi ultimi, senza però rassegnarsi e arrabbiandosi moltissimo, facendo la scelta educativa di punirla non facendola uscire. Sperano che stando in casa, studi (non funziona!, nda).

Nessuno le ha mai chiesto cosa significhino per lei lo studio e la scuola. Oggi glielo chiedo io, e mi risponde che sono solo un ponte che spera di attraversare presto, senza nemmeno fare un puccio, prendere un po’ di sole sulla riva del fiume, giocare coi racchettoni. Tappandosi il naso e via, senza viversela. Boicottandosi al punto da rendere i tre anni che le mancano interminabili.

Ah, e che è un posto dove stare che non sia casa. “Perché a casa è un casino e non ce la faccio più.”

Per molti ragazzi è così: il disinvestimento o l’investimento sul loro sé scolastico passa attraverso la cultura della scuola e dello studio dei loro genitori: se non riescono a farsene una propria, facendosi da soli lo zainetto (metaforicamente e non), finiscono per subirla. Spesso sono queste le ragioni profonde dell’abbandono scolastico e delle bocciature. Ci saranno anche i lazzaroni, certo. Ma i più tramite il loro rendimento a scuola stanno dicendo qualcosa. Se ci fermiamo al “non ha voglia di fare niente”, quel ragazzo finirà per non fare niente. Freud li avrebbe chiamati moderni “delinquenti per senso di colpa”.

Con gli occhi lucidi Maia ha come un’intuizione: “Ma quindi io li posso fregare! Posso dimostrargli che non sono solo una capra!”

Sorrido.

“Mi si è aperto un mondo…non avevo mai pensato a me come a qualcuno che potesse stupire gli altri in positivo, essere anche diversa da come mi hanno vista finora.”

Grazie Maia per avermi fatto venire voglia di buttarmi, misurarmi a mia volta con qualcosa di nuovo che magari da me non mi aspettavo e non ci si aspettava: apro il mio blog.

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9 thoughts on “Maia

  1. Se questo è l’inizio, ne vorrei almeno uno al giorno: stupendo

    Un blog de te? Effinalmente!

    Timore? Maddechè!!! Scarso interesse da parte dei “naviganti”? Cazzate! Aspetta e vedrai!

    Vai così!

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    • In effetti direi che l’esordio ha superato ogni mia personale aspettativa…! Non so se ti esaudirò con un post al giorno, per ora sono due in tre giorni, ma gli “esperti” mi dicono che per questa settimana sono già in media e devo frenarmi…la prossima volta racconto di Paola, credo. Grazie mille dell’entusiasmo…arriva dritto fin qui

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  2. Cara Stefania,io la seguo e sento, leggo quello che dice nei suoi interventi(televisivi e non) e stanno facendo riflettere molto anche me che sono una giovanissima studentessa di psicologia!
    Credo che Maia debba stupire prima se stessa: non si portano a casa bei voti per far contenti i genitori..dobbiamo farlo prima per noi,per il piacere di imparare cose nuove,per il nostro bagaglio culturale e personale(me l’hanno insegnato i miei genitori)! sono stata una studentessa normale,non avevo la media del 9,anche perche’ non la volevo non era il mio obbiettivo! ho sempre detto con molta sincerita’ che in alcune materie puntavo piu’ in alto di altre: non m’interessava prendere 8 in matematica,ma bensi’ in filosofia,storia e altre materie..in matematica studiavo per il mio 6/7. E anche io,come Maia,volevo dimostrare a quelle persone che non avevano molta fiducia nelle mie capacita’,che potevo stupirle..ma l’avrei fatto solo per loro! Io ho avuto una bellissima esperienza scolastica,una seconda famiglia(si,ho fatto scuola privata dalla suore,ma ho fatto anche le scuole statali e mi sono trovata bene comunque) e posso dire che ora,sono contenta di aver studiato per me,per il piacere di farlo,e non per portare a casa il 9.
    🙂 un saluto a Maia,con l’augurio che da questi suoi 16 anni possa trovare serenita’ e che la sua adolescenza sia meravigliosa e le regali belle emozioni! E un saluto anche a lei,Stefania!:)
    Giulia

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    • Cara Giulia, grazie! Chissà, un domani magari lavoreremo insieme. Come per Maia, per tutti noi accade continuamente qualcosa. Anche quando pare non sia così: sono gli attimi che preparano l’arrivo delle sorprese

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  3. Leggendo questo articolo, mi viene in mente la mia esperienza scolastica e quella che sta vivendo mia sorella adesso. Ho sempre vissuto un certo disagio scolastico, non sono mai andata poi cosi bene a scuola. Ricordo che il primo anni di liceo cercavo di andare bene a scuola “per i miei genitori” e inesorabilmente fallivo tanto che sono caduta in una sorta di “depressione”. Poi il mio spirito di sopravvivenza mi ha fatto andare avanti più o meno bene per i seguenti quattro anni. Quegli anni sono stati infernali per me perché hanno ucciso ogni tipo di fiducia nelle mie capacità cosa che mi porto dietro ancora e mi sono portata dietro per i primi tre anni di università durante i quali mio padre non ha esitato a ribadirmi che ero una persona MEDIOCRE. Mio padre è uno di quelli che alla laurea, durante i festeggiamenti si avvicina e mi dice “hai preso solo 92” con una faccia alquanto schifata. Credo che il 90% del disagio che ho vissuto in quei cinque anni di liceo sia stato causato dal comportamento dei miei genitori: più io cercavo di farli contenti, più io non ci riuscivo, più loro mi punivano o mi dicevano che ero un’incapace o che non avevo voglia di fare niente. Non hanno mai cercato di capire cosa non andasse, mai un esame di coscienza. Pochi anni dopo mia sorella ha vissuto (e sta vivendo)lo stesso solo che il suo disagio è sfociato in attacchi di panico, e solo a quel punto i miei si sono accorti che MAGARI, qualcosa in quello che facevano era sbagliato. Ciò che mi sono sentita dire è: “e ma tu non sei mai stata male, ti lamentavi ma non pensavamo che avessi vissuto la stessa cosa”. Io credo solo che non ci sia peggior sordo di chi non vuol sentire e non ci sia peggior cieco di chi non vuole vedere. Complimenti per l’articolo!

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    • Grazie Sara! Grosso rischio si corre quando si crede che il dolore sia solo quello esibito, e quando dunque si è costretti ad alzare l’asticella per farsi vedere da chi ci sta vicino. “Smise di lamentarsi. Prova, forse, che cominciò realmente a soffrire.” (W. Goethe)
      Un abbraccio, che arrivi dove sei, se ancora sei lontana

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