Alice o dei genitori separati

“Posso chiederti un consiglio?”

“Dimmi.”

“Mia mamma giovedi va via di casa. Ha incontrato un nuovo uomo con cui esce e vuole andare a vivere con lui. Ha detto così. Solo che mio padre m’ha detto che questo tizio in realtà ha un’altra, e ha detto che la devo avvisare. Ecco il consiglio: come faccio a dire alla mamma che lui la sta prendendo in giro?”

Rimango interdetta per un attimo. Accanto ad Alice la sua amica, si avvicina qualche altra compagna che con uno sguardo viene allontanata. Entrambe mi puntano come se stessi per svelare loro dovi si trovi il Graal.

“Alice, non devi essere tu a dire questa cosa alla mamma, e tuo padre non doveva né parlartene, né chiedertelo.”

“Eh lo so. Ma come faccio? Loro non si parlano.”

Molto più spesso di quanto ci piaccia ammettere, le coppie separate con figli non sono in grado di anteporre il loro essere genitori al loro essere coppia, ed è comprensibile: si è marito e moglie e compagno e compagna prima di essere mamme e papà. L’investimento iniziale si fa in due. Quando la coppia si rompe, quando non ci si vuole più bene, i figli ne risentono sia se cominciamo a farne pedine, sia se riusciamo a tenerli al di fuori delle faccende degli adulti. Se la sintassi non è un’opinione, ne risentono in ogni caso.

Siccome però questo lo sapevamo già e il dato di realtà è che è che ci si separa sempre più spesso (la prima causa stando alle ultime ricerche è la noia), il punto diventa un altro: il castello di carte della retorica. “Si è genitori per sempre”: è vero? Essere genitori non è solo regolato dalla biologia, ma passa attraverso la costruzione del proprio ruolo di madri e padri. Se non ce lo si è arredato dentro e se non si è integrato con le altre parti di sé senza che nessuna mortifichi (troppo) l’altra, si finisce per far fare ai figli il lavoro sporco che spetterebbe a noi: salvaguardare la dignità di una storia finita ma nello stesso tempo mai finita. Perché la verità è che se da una relazione sono nati dei figli, l’amore di un tempo si perpetua in loro, e mancargli di rispetto equivale a mancarne a loro e alla loro vita.

“Cara, facciamo mezzo passo indietro: tu come stai? Oggi è martedi.”

Alice ha degli occhi color giada che si fanno pozzanghere.

“Io non voglio che vada via.”

“Questo è quello che puoi dirle.”

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Maia

Penso alla nascita di questo blog da molti mesi.

Credo ci sia un motivo del perché nasca oggi: oggi a colloquio ho visto Maia.

Ha 16 anni e ci conosciamo da un paio di mesi. Viene in consultazione perché soffre d’ansia (come 3 su 4 degli adolescenti che incontro, ultimamente). Per raccontarmi di sé mi dice molte cose: che ha paura della morte, che vuole andarsene a Londra, che a Capodanno stava quasi per fare l’amore per la prima volta.

E che della scuola non le frega nulla. E’ già stata bocciata una volta, i suoi l’han presa male. Anche lei, ma loro di più.

Oggi mi dice che l’week end è stato un inferno perché ha preso 1 in fisica, verifica in bianco. “Eppure avevo studiato. Mia mamma ha detto che sono una sfigata e una fallita, mio padre ha fatto venir giù i santi e le madonne.”

“Be’…UNO!”

“Eh, lo so…” Ridacchia. La verità è che 1 fa ridere, dai. “Cheppppalle, la scuola serve solo a far contenti oppure a fare incazzare i genitori!”

“Balle. E questa è una frase da tamarra.”

Maia ha gli occhi grandi che se possibile si fanno ancora più grandi. Non ha mai concepito l’idea che così tante ore, così tanti anni della sua vita passati con le gambe sotto al banco possano avere a che fare con lei e non con loro.

Col suo futuro, con la persona che sarà. Sogna di vivere di musica: “Chemmmenefrega dell’Imperatore Augusto, se voglio fare la cantante?!”

Te ne frega, Maia, per quando cercherai qualcosa da raccontare nelle tue canzoni, quando magari ti servirà una similitudine con qualcuno che riformò le politiche sociali in un modo più equo e che fece il paio con un certo Mecenate. Te ne frega perché se andrà come desideri e ti auguro, avrai dei fans cui portare rispetto e cui dovrai avere qualcosa da dire, per i quali essere un modello.

Empatizzo in profondità col rapporto che Maia ha con la scuola, ce l’hanno in molti: la verità è che si sente stupida e inadeguata e anche a causa dei suoi scarsi risultati, nessuno si aspetta granché da lei. I prof, i compagni, i genitori. Questi ultimi, senza però rassegnarsi e arrabbiandosi moltissimo, facendo la scelta educativa di punirla non facendola uscire. Sperano che stando in casa, studi (non funziona!, nda).

Nessuno le ha mai chiesto cosa significhino per lei lo studio e la scuola. Oggi glielo chiedo io, e mi risponde che sono solo un ponte che spera di attraversare presto, senza nemmeno fare un puccio, prendere un po’ di sole sulla riva del fiume, giocare coi racchettoni. Tappandosi il naso e via, senza viversela. Boicottandosi al punto da rendere i tre anni che le mancano interminabili.

Ah, e che è un posto dove stare che non sia casa. “Perché a casa è un casino e non ce la faccio più.”

Per molti ragazzi è così: il disinvestimento o l’investimento sul loro sé scolastico passa attraverso la cultura della scuola e dello studio dei loro genitori: se non riescono a farsene una propria, facendosi da soli lo zainetto (metaforicamente e non), finiscono per subirla. Spesso sono queste le ragioni profonde dell’abbandono scolastico e delle bocciature. Ci saranno anche i lazzaroni, certo. Ma i più tramite il loro rendimento a scuola stanno dicendo qualcosa. Se ci fermiamo al “non ha voglia di fare niente”, quel ragazzo finirà per non fare niente. Freud li avrebbe chiamati moderni “delinquenti per senso di colpa”.

Con gli occhi lucidi Maia ha come un’intuizione: “Ma quindi io li posso fregare! Posso dimostrargli che non sono solo una capra!”

Sorrido.

“Mi si è aperto un mondo…non avevo mai pensato a me come a qualcuno che potesse stupire gli altri in positivo, essere anche diversa da come mi hanno vista finora.”

Grazie Maia per avermi fatto venire voglia di buttarmi, misurarmi a mia volta con qualcosa di nuovo che magari da me non mi aspettavo e non ci si aspettava: apro il mio blog.